IL CAPITELLO

 

Il capitello è citato ufficialmente per la prima volta negli Atti visitali del 1649, quando nelle prescrizioni dei visitatori al punto 4° si legge: “Che il Capitello contiguo alla strada imperiale venghi rinnovato, ò totalmente distruto”. Quindi il capitello già in quell’anno versava in gravi condizioni che indussero i visitatori vescovili ad intimare il suo restauro o in alternativa la demolizione. Evidentemente fu restaurato e si conservò discretamente fino ai nostri giorni.

Non sono emersi altri documenti riguardo a questa edicola, sulla cui costruzione si possono fare solo delle congetture.

Potrebbe trattarsi di un ex voto, ed in questo senso in valle non mancano certo gli esempi. In occasione delle varie epidemie di peste che hanno flagellato tutta l’Europa senza risparmiare le nostre valli, molte persone facevano dei voti che poi assolvevano se riuscivano a sopravvivere. Chi andava in pellegrinaggio in lontani santuari[1], chi faceva dipingere delle figure sacre e chi faceva costruire chiese o capitelli.[2]
 

 

Nel 1630 una pestilenza colpì tutto il Trentino e anche a Dermulo probabilmente fece qualche morto. Ritengo però poco probabile che il capitello sia stato eretto in tale occasione, in quanto in circa vent’anni (tale era il periodo intercorso fra la fine della pestilenza e la rilevazione della visita vescovile del 1649) non poteva essere ridotto in condizioni così disastrose.

Potremmo allora supporre la sua costruzione in una data anteriore al 1600 e se teniamo buona l’ipotesi dell’ex voto collegarlo alla peste del 1575.

Anche su chi sia stato il committente non possiamo che affidarci a delle congetture. Potrebbe essere stata l’intera comunità di Dermulo considerato che il luogo di costruzione era poco lontano da dove si tenevano le adunanze della regola. Potrebbe essere stato qualche rappresentante della famiglia Cordini proprietaria della casa una volta numerata con il 23 (oggi Via Eccher n. 12-14) poco distante dal capitello. Sulla parete nord di questa casa, si può notare quello che rimane di un antico affresco, forse un ex voto.
 

 

Attualmente il capitello si ritrova in cattive condizioni: il tetto di legno è fatiscente e l’intonaco si è scrostato in vari punti. Nelle parti scrostate si possono osservare i vari interventi eseguiti nel corso dei secoli. In origine le pareti erano affrescate, poi sono state colorate con una tinta azzurra e quindi ricoperte con uno strato di calce.[3]


 

[1] Una pestilenza nella prima metà del Quattrocento sterminò gran parte degli abitanti di Fondo. Le famiglie superstiti in numero di 7 si recarono in pellegrinaggio al santuario di Santiago di Compostela in Spagna. A ricordo di tale viaggio si dipinsero degli affreschi sulle case di chi vi aveva partecipato. (Alberto Folgheraiter “I dannati della peste” pag. 164)

[2] Nel 1630 nel tentativo di fermare la peste in pubblica regola i vicini di Pinzolo e Baldino promisero di costruire una chiesa. La chiesa non fu costruita ed il voto fu convertito ad un meno dispensioso restauro di un altare della chiesa parrocchiale. (Alberto Folgheraiter “I dannati della peste” pag. 136)

[3] Del nostro capitello accenna brevemente Adolfo Menapace nel libro “Capitelli in Val di Non”, dove a pag. 52, erroneamente è definito di costruzione ottecentesca.