LE ZONE ARCHEOLOGICHE

 

Il Dos della Colombara o Poinela oggi per buona parte dell’anno sommerso dal lago artificiale di S. Giustina, era sicuramente un castelliere preistorico. Oltre alla grande quantità di frammenti ceramici si ha notizia del rinvenimento di un’ascia di bronzo, molte punte di freccia in selce, altri manufatti di selce, alcune cuspidi di freccia di età medioevale.

All’Eremo di S. Giustina sono state trovate monete medioevali e romane tardo imperiali, uno scramasax (spada), una moneta massaliota, fibule e frammenti di fibule longobarde, punte di freccia in ferro per arco, medagliette, ecc.

In località Fasse e Lamport, ho rinvenuto recentemente diverse monete tardo imperiali, un denario, una fibula romana senza ardiglione, una fibula longobarda. Riguardo alla località Fasse, una leggenda vuole che vi sia sepolta una gallina d’oro. Questa credenza si trova curiosamente in molti altri paesi della valle, e forse ha avuto origine in epoca longobarda, quando la regina Teodolinda visitò le nostre zone, portandosi plausibilmente appresso, la rappresentazione in argento dorato di una gallina assieme ai suoi pulcini. Tale reperto, se non erro, è oggi conservato in un museo di Milano.

A Dermulo sono in molti a ricordare che in località Lamport, intorno al 1943, mentre Lorenzo Inama, detto Rosso, procedeva all’aratura del campo, uno dei buoi che trainava l’aratro sprofondò con le zampe anteriori in un buco apertosi improvvisamente nel terreno. La cavità, di circa un metro di diametro, rimase aperta per un alcuni mesi, dopo di che, fu ostruita creando una specie di travatura ricoperta con la terra. Mi è stato riferito che la buca era alquanto profonda e che si potevano intravedere dei sassi tamponati con calce. Molto probabilmente si trattava di una tomba a tegoloni di epoca romana.

In località Ciasalin (Marzole e Loc) vennero alla luce altre tombe contenenti lucerne, fibule, monete, spilloni, ecc. Le lucerne sono molto interessanti in quanto riportano un bollo di fabbrica. Molto probabilmente i ritrovamenti sono stati effettuati intorno al 1890 durante la costruzione del tratto di strada che collega Dermulo con il ponte di S. Giustina. Nei pressi del cimitero ho personalmente rinvenuto un sesterzio, purtroppo in pessime condizioni di conservazione.

Alle Ciasete il sottoscritto ha trovato vari frammenti di tegoloni romani ed un sesterzio, segno inequivocabile della presenza di qualche sepoltura. Ho rinvenuto una moneta romana anche in località Ciamblonc.

 

 

I RITROVAMENTI UFFICIALI

 

Verso la fine del XIX secolo anche Dermulo, come altri tanti paesi della Val di Non, è stato interessato da vari ritrovamenti archeologici. I ritrovamenti riportati da fonti ufficiali, parlano essenzialmente di tombe contenenti oggetti di epoca romana, venute alla luce occasionalmente durante dei lavori. Tutti i ritrovamenti avvenuti a Dermulo sono riportati nella “Carta archeologica d’Italia” f. XV, III S-O, pag. 45 ai nn. 40-41.

 

Si tratta del seguente materiale:

* Fibula di Bronzo composta lunga 8,5 cm a staffa trapezoidale in buonissimo stato di conservazione.

* Fibula in bronzo d’un sol pezzo lunga 6 cm con staffa triangolare perforata. Stato di conservazione buono.

* Fibula di bronzo d’un sol pezzo lunga 6,5 cm a staffa triangolare fenestrata senza spirale ed ardiglione.

* Fibula di bronzo d’un sol pezzo lunga 8 cm con staffa triangolare e priva dell’asticciola della spirale.

* Fibula di bronzo d’un sol pezzo lunga 8 cm a staffa triangolare senza ardiglione.

* Fibula di bronzo d’un sol pezzo lunga 9,2 cm a staffa trapezoidale e mancante dell’ardiglione e della spirale.

* Lucerna di cotto lunga 7,5 cm della forma comune a mezza pera con bollo figulino a rilievo sul fondo: LUPATI. Non mancano i soliti tre speroncini equidistanti sull’orlo e, nella doccia, il forellino per l’aria.[1]

* Frammento di tegolone con bollo

* Due dischi di bronzo

* Fibula d’argento in forma di una colomba

* Un anello d’oro

* Lucerna di sigillata africana con “palmette” sulla spalla. Lunga 11,5 cm, larga 8 cm e alta 3,5 cm. Questo tipo di lucerna era prodotto in Africa e veniva importata nel Trentino dal 425 d.C. al VI secolo.[2]

* Lucerna a canale aperto con bollo CRESCES S. Lunga 10,5 cm, larga 7,35 cm e alta 4 cm. Si trattava di lucerne prodotte in Italia nella zona dell’Emilia-Romagna.[3]

 

 

Tutte le sopra menzionate fibule di bronzo e la lucerna con bollo LVPATI, facevano parte della collezione archeologica del dott. Giusto Devigili di Mezzolombardo poi acquisita dal Museo Provinciale dell’Arte di Trento dove si trova tuttora. Nell’inventario riportato sulla rivista Studi Trentini di Scienze Storiche si dice che le sei fibule e la lucerna provenivano dalle campagne di Dermulo senza altra precisazione.[4]

Del frammento di tegolone e dei due dischi di bronzo, non si conosce il luogo esatto del ritrovamento e oggi sono conservati al Museo Provinciale dell’Arte di Trento.[5]

La fibula d’argento è oggi conservata al museo Ferdinandeum di Innsbruck e sembra sia stata trovata in una tomba, dove c’era pure uno scheletro con infilato nel dito l’anello d’oro e altri reperti. L’anello fu venduto a Firenze.[6]

Le due ultime lucerne dell'elenco sono proprietà del Municipio di Bolzano ma custodite al Museo Provinciale dell’Arte di Trento. Entrambe sono state trovate nei pressi del cimitero assieme ad altro materiale pervenuto, si disse, in possesso dell’Orgler.

 

 

 

[1] Questa lucerna è catalogata come “lucerna a canale aperto, forma corta con bollo LVPATI” con il n. 188 a pag. 356 di “Le lucerne antiche del Trentino” di Maria Cristina Gualandi Genito.

[2] Cfr. Maria Cristina Gualandi Genito, “Le lucerne antiche del Trentino” n. 220 a pag. 405.

[3] Cfr. Maria Cristina Gualandi Genito, “Le lucerne antiche del Trentino” n. 118 a pag. 311.

[4] V. “La collezione archeologica del Dott. Giusto De Vigili nel Museo Nazionale di Trento” in “Studi Trentini di Scienze Storiche” anno XXXV pagg. 3-21.

[5] V. “Bricicche di antichità” di Giacomo Roberti in “Studi Trentini di Scienze Storiche” XXXVI pagg. 5 e 6.

[6] V. “Bricicche di antichità” di Giacomo Roberti in “Studi Trentini di Scienze Storiche” XXXVIII pag. 323.