LA CHIESA DEI SS. FILIPPO E GIACOMO

 

Don Simone Weber in “Le chiese della Val di Non nella storia e nell’arte” riporta la seguente descrizione della nostra chiesa[1]:
 

La chiesa è menzionata già nel Quattrocento ma è anteriore a quel secolo.

Nel 1579 aveva due altari consacrati, uno intitolato a tutti i Santi e l’altro a S. Bartolomeo. Allora possedeva una croce di rame dorato, due calici d’argento due pianete una delle quali figurata, due candelieri di ottone, un gonfalone, una lampada di rame, due ampolline di stagno, due pallii d’altare, un turibolo e due campanelle. Nel 1616 l’altar maggiore porta il titolo dei Santi apostoli Filippo e Giacomo. La visita di quell’anno ordinò di far rimuovere dall’altare certe figure corrose e di imbianchire il coro. Nel 1627 la chiesa venne ricostruita nella forma attuale come si rileva dall’iscrizione: Rectore parocchialis ecclesiam S. Victoris Thai ioan. Petro de Alberti anno 1627 ecclesiam hanc divis apostolis Philippo et Jacobo dicatam vetustate collapsam denuo in hanc formam restituit comunitas Hermuli.[2] [Nel 1649 i visitatori ordinarono che la pala dell’altar maggiore sia al più presto indorata e provvista di ? , che i due altari siano provvisti di parapetto; che sia coperto il revoltello vicino alla sacrestia; che il tetto già da anni appoggiato sopra il muro di cinta venga rimosso o almeno ridotto secondo quanto stabilito dal pievano].[3]

Nel 1679 fu eretto un terzo altare in onore di S. Giuseppe e di S. Valentino. Nel 1778 fu elevata a curazia.

La chiesa ha un atrio, formato dal piano inferiore del campanile, costruito sopra il portale di rinascenza. L’interno, partito in due piccole campate, è di stile gotico, con volta a rete, arco a sesto acuto, abside esagonale, con finestra rotonda in mezzo. Ha tre altari di legno intagliati e dorati. Il maggiore è dotato di quattro colonne, coperte di tralci, di puttini alati e di fregi di svariate forme. Sul timpano spicca la statua di S. Michele, ai lati del tabernacolo quelle di S. Giacomo e di S. Giustina e nella specchiatura centrale la pala rappresentante la Madonna e i santi titolari.

Anche gli altari laterali sono ricchi di ornamentazioni scolpite da mani che sapevano abilmente adoperare la sgorbia e lo scalpello. Quello a sinistra fatto nel 1679 e dorato nel 1685 ha in cima il Padre eterno e gli angeli, ai lati delle colonne S. Antonio e S. Vittore, nel mezzo una devota Immacolata di Giuseppe Obletter. Quello a destra policromato ha nel campo del secondo ordine la colomba, ai lati delle colonne due statue di santi e nel mezzo la pala rappresentante la Madonna e S. Bartolameo.

Prima dell’ultimo restauro nella chiesa si notavano tracce di antichi affreschi. Nel 1935 a spese della Sopraintendenza delle Belle Arti fu ricomposta e ristaurata la tavola gotica quattrocentesca attribuita al maestro del tritico di S. Anna di Sopramonte, raffigurante la Madonna tra S. Giustina e S. Cipriano, conservata nella sacrestia e proveniente dalla demolita chiesetta di S. Giustina. Il ristauro fu eseguito dal pittore Arturo Raffaldini di Mantova. La chiesa è fra le monumentali.

Nel 1847 avvenne un incendio che distrusse il tetto, già a quei tempi esisteva l’assicurazione, però l’allora Sindaco della Chiesa, Pietro Inama, si dimenticò di pagare il premio e quindi le spese di ricostruzione vennero a ricadere sugli abitanti del paese che si adoperarono personalmente offrendo opere e carreggi.[4]

Nel 1994, durante lo scavo per la posa delle fognature, in prossimità del lavatoio fu possibile osservare, a circa 30 centimetri dal livello dell’asfalto, uno strato nero con vari frammenti di tegole e mattoni. Molto probabilmente, il materiale proveniva dalla demolizione del tetto della chiesa, in occasione del summenzionato incendio.

Nel 1878 Giuseppe Maccani e Gregorio Zadra di Tres, ricostruivano per 299 Fiorini il pavimento della chiesa e del campanile, in più gli scalini dell’altare.[5]


 

[1] Cfr. Simone Weber “Le chiese della Val di Non nella storia e nell’arte”. I decanati di Taio, Denno e Mezzolombado Volume III° pagg. 27-28.

[2] La data di rifacimento riportata dal Weber era 1677, ma nel recente restauro si sono scoperte ben tre iscrizioni sovvraposte la più vecchia delle quali recava la data 1627.

[3] A.D.T. 1649 Atti visitali 9. B.

[4] A.C.D. Atti e carteggi Busta a. 1847. (Per opere si intendevano giornate di lavoro e per  carreggi giornate di lavoro con carri tirati dai buoi).

[5] A.C.D. Atti e carteggi Busta a. 1878.