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DESCRIZIONE
DELLA CASA
La prima menzione documentaria della casa risale al 1588,
quando essa compare in un atto di accordo per il pagamento di un debito tra gli
eredi di Romedio Barbacovi e i fratelli Ciurletti di Trento. In tale documento,
la casa — in parte di proprietà dei Barbacovi e confinante con la via pubblica,
ser Pietro Inama di Fondo,
Matteo Pret e Antonio
Mendini — fu data, insieme ad alcuni terreni, a garanzia di un censo.
Già in epoca antica l’edificio risultava articolato in tre unità abitative: una
di maggior superficie posta a nord (porzione 1) e due di dimensioni più ridotte
a sud (porzioni 2 e 3), che in determinati periodi risultano appartenere a un
unico proprietario. Alla porzione settentrionale era annesso il broilo adiacente
alla casa, oggi trasformato in piazzale e identificabile nella P.E. 31, mentre
le porzioni meridionali confinavano, tramite la
cort, con il cimitero della
chiesa di San Giacomo.
L’accesso alla
cort avveniva dalla
via pubblica (via Strada Romana) attraverso un arco, oggi sostituito da una
porta quadrata in cemento.[1]
Il piccolo prato e il bosco circostanti il cimitero
appartenevano in origine alla chiesa di Dermulo; solo alla fine del Settecento,
dopo essere stati concessi in locazione perpetua a
Francesco Mendini,
furono da questi acquisiti mediante il pagamento della somma di affrancamento,
divenendo pertinenza della casa.
Fino all’Ottocento le informazioni relative alla casa ci sono pervenute
in forma frammentaria. Nel 1646 sono menzionate una cantina e una stalla,
localizzate rispettivamente nella parte sud-orientale e in quella centrale
dell’edificio. Nel 1683 compare la citazione di un ulteriore locale al piano
terreno, anch’esso posto a sud, che all’epoca risultava diroccato; il medesimo
ambiente è nuovamente ricordato nel 1718, mentre l’anno successivo si fa
menzione di un altro
avvolto.
Nel 1763 disponiamo di una descrizione della porzione sud-orientale della casa,
i cui confini erano indicati nel cimitero, nella strada comune e nelle proprietà
di Floriano Inama e
Francesco Mendini.
Tale parte dell’edificio veniva descritta come in parte in rovina e comprendeva,
al piano terra, una stalla e uno
stabbio
con i relativi anditi; al piano superiore si trovavano il
somasso, una cucina e una saletta,
sovrastati dalle
stradughe e dal
tetto.
Nel 1785 è riportata la seguente descrizione: «a basso un
pezzetto di portico aderente alla caneva, fino alla metà dell’arco verso sera,
salvo il passo per la caneva maggiore; un revoltello aderente a detto portico,
caneva verso mattina. In alto una cucina a rivolto con suo focolare, secchiaro,
due finestre e una ferriata». Un’ulteriore descrizione del 1787 recita: «una
porzione di casa presso la chiesa, incorporata con la propria, consistente in
alto in una cucina a revolto, una camera a soffitta con anditi sopra e coperto
fino all’aria, a basso in una staletta…».
Nel 1854, in occasione della divisione della casa ereditata
dal padre Pietro tra i fratelli
Giovanni Battista
e
Francesco Mendini,
fu redatta una descrizione completa dell’edificio (riportata più
avanti). Infine, una presentazione particolarmente dettagliata si ricava dal
catasto dei primi del Novecento, grazie al quale è stato possibile delineare un
quadro complessivo di tutti gli ambienti costituenti la casa.
Le unità abitative risultavano di dimensioni modeste, ma
comunque sufficienti ad accogliere tre famiglie. L’accesso a tutti gli
“appartamenti” avveniva dal lato nord, dove, attraverso il
pont, si entrava nel
somasso comune; da qui, sul medesimo
piano, si accedeva ai due o tre locali pertinenti a ciascuna abitazione. La
situazione descritta per i primi anni del Novecento può essere sovrapposta,
senza sostanziali differenze, a quella dei secoli precedenti.
Di seguito si riporta la descrizione delle tre porzioni
così come desunta dal catasto.

PORZIONE 1
A Pianoterra un portico, stalla e cantina a settentrione della casa. A primo
piano una stufa, cucina, salotto e cesso verso settentrione, porzione di antana
con corrispondente copertura verso settentrione.
PORZIONE 2
A pianoterra una stalla, una cantina e portico a mattina –mezzodì della casa
aggravato quest’ultimo del diritto della servitù di passo a piedi e con bestie
sciolte a favore della porzione 3. A primo piano una stufa con una cucina verso
mezzodì mattina, porzione di antana con corrispondente copertura verso
mattina-mezzodì.
PORZIONE 3
A pianoterra una stalla a sera ed una cantina nell’interno e portico verso
mezzodì, a primo piano una stufa, cucina e salotto verso mezzodì-sera; la
porzione di tezzile con corrispondente copertura verso mezzodì-sera, sovrapposta
a questi locali di primo piano.
La scala interna che da pianoterra mette al primo piano, nonché il cesso a
mezzodì ed il salotti di primo piano sono consortili fra le porzioni 2 e 3;
mentre il somasso di primo piano e la scala che da questo mette al sottotetto
sono consortili fra tutte e tre le porzioni.L’antana della porzione 2 è gravata
del diritto di passo a piedi a favore della porzione 3 per la larghezza della
scala ora esistente e la muraglia a mezzodì del somasso che divide i locali
della porzione 2 è consortile fra le porzioni 1 e 2.
Il
sottotetto era diviso in tre porzioni e in corrispondenza del
somasso esisteva un’apertura (bocér)
di comune proprietà, attraverso il quale veniva fatto passare il fieno che poi
era condotto nelle rispettive stalle.
Per molto tempo il numero assegnato alla casa fu il 21, poi
dopo il 1880 ricevette il 22 che venne conservato fino alla recente
rinumerazione del 1991.
L'ORIGINE
DELLA CASA
Da una più attenta
analisi della documentazione notarile antica è emerso, smentendo una
precedente ipotesi, che la casa n. 22 può a pieno titolo essere
considerata la più antica dimora della
famiglia Mendini a
Dermulo. Numerosi indizi mi avevano infatti inizialmente indotto a
ritenere che tale primato spettasse alla
casa n. 21, sulla quale campeggia
l’arma dei Mendini e nella quale la famiglia dimorò ininterrottamente
per circa cinque secoli. Alla metà del Settecento essa veniva inoltre
appellata come “casa vecchia dei Mendini”; ciò nonostante, come ora
risulta evidente, la dimora originaria della famiglia fu senza dubbio la
casa n. 22.
Il trasferimento dei Mendini tra le due abitazioni avvenne in senso
opposto rispetto a quanto precedentemente ipotizzato: dalla casa n. 22,
già nel Trecento, la famiglia si trasferì nella casa
n. 21, detta Nascimbene; nei
secoli successivi, quando l’incremento dei membri familiari rese
necessari nuovi spazi abitativi, si verificò un ritorno alla casa avita.
Questa nuova acquisizione interpretativa ha permesso di chiarire non
solo le incertezze relative all’origine della
famiglia Mendini, ma
anche, come si vedrà più avanti, alcuni aspetti finora poco chiari
riguardanti la
famiglia Barbacovi.
In precedenza avevo infatti ipotizzato, sulla base del primo contratto
di locazione risalente ai primi anni del Trecento, che Nascimbene fosse
giunto a Dermulo appositamente per prendere in affitto il maso, ipotesi
rafforzata dall’apparente assenza di un’antica casa di proprietà della
famiglia oltre alla futura
n. 20-21. Le nuove evidenze
documentarie indicano invece che Nascimbene, e con ogni probabilità già
suo padre Raimondino, possedevano e abitavano la futura casa n. 22 fin
dal Duecento. Considerando inoltre che genealogicamente da Nascimbene II
ebbe origine il ramo dei
Massenza, si può
affermare che tale edificio fu con tutta probabilità anche la loro casa
natale.
Una conferma indiretta di questa ricostruzione proviene dalla
carta
di regola di Dermulo del 1471, nella quale i vicini
convocati all’adunanza non risultano elencati casualmente, bensì
ordinati secondo la successione delle loro abitazioni, procedendo da
nord verso sud. Dopo Vincenzo, residente nel futuro caseggiato nn.
16-17-18-19,
compaiono Raimondino fu Gregorio e Francesco fu Nascimbene: il primo
occupava la futura
casa n. 20-21,
il secondo la sottostante futura casa n. 22.
È verosimile che Francesco, alla fine del Quattrocento, si sia
successivamente trasferito nella
casa 15,
separandosi dal nucleo originario; i suoi figli Simone e Nascimbene
adottarono quindi il cognome matronimico
Massenza, probabilmente
derivato dal nome della madre.
I Mendini, fino a quel periodo poco diramati, continuarono ad abitare la
casa di Castel Valer; tuttavia, nei primi anni del Cinquecento, quando
l’investitura passò ad Antonio I, la
casa n.20-21 non offriva
più spazio sufficiente per accogliere anche le famiglie dei fratelli
Nicolò, Tommaso e Giovanni I. Questi ultimi si trasferirono quindi nella
casa n. 22. Sulla base di evidenze successive, si può ipotizzare che la
parte settentrionale dell’edificio (porzione 1) fosse occupata da
Nicolò, mentre quella meridionale (porzioni 2 e 3) da Giovanni I e
Tommaso.
PORZIONE 1
Di Nicolò Mendini si hanno notizie estremamente scarse; è tuttavia verosimile
che, dalla moglie di cui non conosciamo il nome, egli abbia avuto un’unica
figlia anch’essa ignota. Dall’analisi di diversi indizi si può ipotizzare che
questa abbia sposato Romedio Barbacovi di Taio. Tale circostanza spiegherebbe il
trasferimento di ser Romedio a Dermulo e consente inoltre di chiarire, dopo
molte congetture, il luogo della sua dimora: la parte settentrionale (porzione
1) della futura casa n. 22, di proprietà della moglie.
Romedio Barbacovi morì intorno al 1585, lasciando due figli, Ferdinando e
Nicolò. Il primo, notaio di grande affermazione, esercitò la professione a
Dermulo per quasi cinquant’anni a partire dal 1559; tuttavia, per lunghi periodi
soggiornò lontano dal paese, risiedendo a Castel Thun, dove rogava e trascriveva
atti per conto dei castellani. Suo figlio Giovanni Giacomo, anch’egli notaio,
dopo un breve periodo trascorso a Dermulo e alcuni anni a Taio, si stabilì
definitivamente a Tres.
Nicolò, l’altro figlio di Romedio, abitò con certezza nella casa paterna insieme
alla moglie, di cui non conosciamo il nome, e alla figlia Fiore; le fonti
ufficiali su di lui si interrompono tuttavia nel 1588. In quell’anno, insieme al
fratello Ferdinando, fu chiamato a onorare un prestito contratto dal defunto
padre con la famiglia Ciurletti di Trento, per il quale erano stati posti a
garanzia, oltre ad alcuni terreni, anche la casa di abitazione.
Di Nicolò e di eventuali suoi discendenti non si trova più alcuna traccia a
Dermulo. Le ipotesi plausibili si riducono pertanto a due: o la famiglia si
estinse — senza possibilità di prova, poiché la morte di Nicolò dovette avvenire
prima dell’istituzione del registro dei morti[2]
— oppure si trasferì altrove, probabilmente a Taio, luogo d’origine dei
Barbacovi. In ogni caso, verosimilmente per far fronte al debito contratto da
Romedio, la casa antica venne infine alienata.
PORZIONI 2 e 3
Giovanni I Mendini, prima di morire, aveva acquistato da Gregorio Inama una casa
che ritengo identificabile con la futura casa
n. 5. In questa nuova dimora abitò con certezza Gregorio, uno dei figli di
Giovanni I Mendini, mentre l’altro figlio, Mendino, rimase nella porzione 2 o 3
della casa n. 22.
Non si può escludere del tutto che insieme a Mendino avesse dimorato anche il
fratello Romedio; tuttavia, la successiva vendita della casa di Mendino a
Romedio Barbacovi, effettuata da Romedio Mendini, farebbe propendere per
l’ipotesi che quest’ultimo non avesse avuto una stabile partecipazione nel
caseggiato. Romedio risulta infatti, allo stato attuale delle ricerche,
difficilmente collocabile dal punto di vista abitativo. A tale proposito, si può
avanzare un’ulteriore ipotesi, oltre a quelle già menzionate, ossia che egli
avesse abitato nella casa
n. 5 del suocero Antonio Inama detto “del Marin”, insieme al fratello
Gregorio.
Mendino lasciò un’unica figlia, Marina, che dopo la morte del padre visse a
Smarano con la madre Domenica. La casa di Mendino fu acquistata intorno al 1553
dal fratello Romedio, il quale la alienò poco tempo dopo a Romedio Barbacovi.
In una delle porzioni meridionali abitava anche Tommaso, figlio di Raimondino
III detto Mendino, del quale è noto soltanto il figlio Andrea. Quest’ultimo morì
dopo il 1567 e non è noto se abbia avuto discendenza. Tuttavia, il notaio
Antonio Mendini III, del quale non conosciamo con certezza la paternità e che
risiedeva a Borz presso Banco, annoverava tra i propri figli un Andrea. Per
questo motivo vi sono buone probabilità che Antonio III fosse figlio di Andrea I
Mendini; se tale ipotesi fosse corretta, egli potrebbe essere identificato con
l’Antonio Mendini che nel 1588 risulta confinante a sud della casa Barbacovi.
Per circa cinquant’anni non si hanno ulteriori notizie relative alla casa;
soltanto nella prima metà del Seicento essa risulta appartenere ai fratelli
Antonio e Matteo Mendini, figli di Giovanni IV, e forse in piccola parte anche
allo zio Antonio V. Questo lungo silenzio documentario obbliga a colmare l’arco
temporale compreso tra il 1588 e il 1646 mediante congetture. Il fatto che la
proprietà fosse in mano ai fratelli Antonio e Matteo consente tuttavia di
affermare con buona sicurezza che in precedenza essa appartenesse al loro padre
Giovanni IV. Poiché quest’ultimo morì nel 1629, l’acquisizione della casa va
collocata nei primi anni del Seicento.
Resta quindi da chiarire in quale modo Giovanni IV sia entrato in possesso
dell’immobile. L’ipotesi più immediata è che l’Antonio citato nel 1588 sia da
identificare con Antonio II, già proprietario della cosiddetta “casa dei Mendini di Sopra”,
e che questi avesse acquistato la parte settentrionale della casa (porzione 1)
dagli eredi di Romedio Barbacovi, beneficiando infine il figlio Giovanni IV — e
forse anche l’altro figlio Antonio V — dell’intero edificio. Se invece, come
sopra ipotizzato, l’Antonio del 1588 fosse Antonio III, Giovanni IV potrebbe
aver acquisito direttamente da lui la casa, oppure vi potrebbe essere stato un
passaggio intermedio, da Antonio III ad Antonio II.[3]
LA CASA NEL SEICENTO
Giovanni IV Mendini
abitò con la numerosa famiglia a Taio, nella casa di Giovanni
Battista Panizza, in qualità di
masadore,
dove sembra sia morto nel 1629. Il maso fu quindi locato a due dei
suoi figli, Antonio e Matteo, mentre l’altro figlio,
Giovanni Giacomo,
rimase estraneo alla locazione e non ebbe nemmeno quote di proprietà
nella casa n. 22. Ciò emerge chiaramente dalle notizie relative alla
casa nel 1646; è pertanto plausibile che Giovanni Giacomo vivesse
con la moglie Lucia, vedova di
Gaspare
Chilovi, e con la figliastra Anna Maria Chilovi, nella
casa n. 1.
Sebbene entrambi
affittuari del maso Panizza, solo
Matteo
risiedette stabilmente
nella casa di Taio, mentre
Antonio VIII visse a
Dermulo, nella parte della casa n. 22 (porzione 3) già appartenuta
al padre Giovanni IV, mentre Matteo possedeva la propria abitazione
nella porzione 1 dello stesso edificio.
In questo periodo la situazione economica di questo ramo dei Mendini
peggiorò rapidamente. Nel 1646 la famiglia abbandonò il maso Panizza
di Taio e Matteo fece ritorno in paese, lasciando il posto a
Cipriano Massenza e ai suoi figli. La risoluzione del contratto
con i Panizza non fu certamente indolore: i Mendini avevano infatti
accumulato consistenti debiti a causa dell’elevato canone di
locazione richiesto dai proprietari, e i fratelli Antonio VIII e
Matteo furono costretti ad alienare alcuni terreni.[4]
In particolare, Matteo
dovette cedere a Giovanni Battista Panizza il
broilo
a nord della casa, nonché un terreno in località
Ronc;
quest’ultimo risultava però gravato da un’assicurazione a favore del
cognato Paolo Bevilacqua di Termenago. I confini del
broilo
— a est la via comune, a sud la casa del venditore, a ovest e a nord
Floriano Inama — consentono di identificarlo con l’attuale piazzale
antistante l’ex casa n. 22, contraddistinto dalla particella
edificiale n. 31. Tale aggravio era con ogni probabilità collegato
al pagamento della dote dovuta da Matteo, e anche da Antonio, per la
sorella Caterina, moglie del Bevilacqua.
Per tale motivo
l’onere fu trasferito su un
avvolto
situato al centro della futura casa n. 22, che Matteo fu costretto a
cedere poco dopo al cognato. Tale locale confinava su tre lati con
proprietà del fratello Antonio e su un lato con quelle dello stesso
Matteo. Nello stesso anno Antonio VIII Mendini cedette al cognato di
Termenago anche una cantina, anch’essa situata nella casa n. 22 e
confinante su due lati con proprietà dello stesso Antonio, nonché
con
Matteo
e con la strada
comune. In contropartita, Paolo Bevilacqua cedette ad Antonio
Mendini l’avvolto
precedentemente ricevuto da Matteo. Nel 1664, infine, Paolo
Bevilacqua trasferì la cantina, mediante permuta, a Pietro Panizza.[5]
Alla morte di Matteo, avvenuta intorno al
1660, la porzione settentrionale della casa (porzione 1) passò ai
suoi eredi Giovanni e Lucia, dai quali pervenne successivamente al
cugino
Nicolò I, figlio del fu Antonio VIII.
Nella porzione sud-occidentale dell’edificio (porzione 2) non è da
escludere che, a partire dal 1650 circa, abbiano abitato gli eredi
di Antonio V. Quest’ultimo occupava infatti fino a quell’epoca la
casa n. 20,
ma alla sua morte i figli furono costretti a venderne l’utile
dominio, previo consenso del proprietario, il barone Geronimo Spaur
di Castel Valer. È probabile che nella suddetta porzione abbia
continuato a vivere fino alla morte Maria Gallo, vedova di
Antonio V;
successivamente l’ambiente rimase disabitato e andò lentamente in
rovina.
In sintesi, nel 1646 la parte settentrionale della casa (porzione 1)
apparteneva a Matteo Mendini, la parte sud-orientale (porzione 2) ad
Antonio VIII Mendini e la parte sud-occidentale (porzione 3) ad
Antonio V Mendini.
Nel 1683 i
fratelli
Pietro
e Simone Mendini,
figli del fu
Antonio V
e residenti a Brescia, donarono al cugino
Antonio VI Mendini, figlio di Giacomo,
un
avvolto
descritto come collassato, confinante su tre lati con
Nicolò Mendini e a
sud con il cimitero. Tale andito rappresentava probabilmente quanto
rimasto in loro possesso della porzione di casa già appartenuta al
padre. L’avvolto
distrutto rimase in tali condizioni per molti anni e, da
Antonio VI,
passò al figlio Antonio VII, il quale per disposizione testamentaria
del 1718 stabilì che pervenisse a Nicolò II, figlio di
Pietro Antonio Mendini.
LA CASA DAL SETTECENTO AI GIORNI NOSTRI
Come già accennato gran parte di casa alla fine del Seicento era nella mani di
Nicolò I che la occupò con la moglie Elisabetta Stringari e la numerosa
figliolanza. Dopo la morte di Nicolò avvenuta nel 1701, nella casa, dei quattro
figli abitarono solamente
Pietro Antonio e
Giacomo con le relative
famiglie. Pietro infatti visse a
Taio con la moglie Caterina Valemi, dove morì nel 1729 senza lasciare
discendenti. Nel testamento nominò eredi dei suoi averi, fra i quali anche la
porzione di casa, i suoi fratelli. Mentre
Giovanni, altro figlio di
Nicolò, sposò
Margherita Massenza e si
trasferì nella casa della moglie al Castelet,
e nel 1725 vendette la sua parte di casa paterna al fratello
Pietro Antonio per la
somma di 75 Ragnesi.
Giacomo abitò con la famiglia
nella parte di casa a sud-ovest verso la chiesa,
dove morì nel 1738. Dei vari figli nati nel matrimonio sembra che sia
sopravvissuta solo una femmina di nome Maddalena che fino al matrimonio occupò
la casa assieme alla madre Maria Bertagnolli. Nel 1763 essendo morta anche la
madre, Maddalena vendette la casa a
Francesco Mendini
per il prezzo di 35 Ragnesi. Da quanto si evince dall'atto notarile in
questione, la casa si presentava in pessime condizioni e bisognosa di
ristrutturazione.
Pietro Antonio nel 1706
stipulò un contratto di affitto con Marino Inama ed almeno per 5 anni, si
stabilì con la famiglia nella casa n. 7. Alla
scadenza del contratto, o forse ancora prima, Pietro Antonio fece ritorno nella
casa della quale occupò la porzione a nord (porzione 1) mentre nella parte
a sud ovest, (porzione 3) dopo il 1715, abitò il fratello Giacomo assieme alla
moglie Maria. La parte sud-est (porzione 2) apparteneva ancora a Giovanni che
abitava con la moglie nella casa al Castelet. Tale porzione fu acquistata da
Pietro Antonio nel 1725 per il prezzo di 75 Ragnesi.
Pietro Antonio morì nel
1751 e la casa pervenne quindi ai suoi due figli,
Francesco e
Antonio oltre che alla
vedova Antonia. Antonio che
venne in possesso della porzione di casa posta a sud-est (porzione 2) nei pressi
della strada, morirà prematuramente lasciando moltissimi debiti, per cui il
sarto Bartolomeo Mendini curatore e tutore delle sue figlie, con l'aiuto di
Romedio Chilovi predispose un progetto per evitare l'alienazione del
patrimonio. Quindi nel 1753 la porzione di abitazione del fu Antonio, descritta
come
"parte di casa presso la chiesa contenente una stanza, vòlto presso il sommasso
coll’uscio da farsi ivi con sua parte di stradughe e coperto...., e la quarta
parte della cucina.." fu assegnata alla vedova
Maria. Mentre al fratello
Francesco e alla madre Antonia venne assegnato "un cortile esistente
nella casa derivante da detto Antonio, sita in Dermulo presso la chiesa, per 30
Ragnesi" in cambio del loro impegno a pagare i numerosi creditori. Nel 1763
Francesco Mendini
acquisirà la parte di casa che fu dello zio Giacomo e nel 1778 si ha notizia che
già possedeva una camera e una cucina acquisita da Maria vedova del fratello
Antonio. Per cui nel
Catasto
Teresiano del 1780 Francesco risulta proprietario di tutta la casa, con la
superficie di 45 pertiche. Nel 1780 Francesco assicurava sulla parte di casa che
fu di Antonio la dote della nuora Caterina Cristoforetti, moglie del figlio
Pietro. Evidentemente Francesco non fu in grado di soddisfare completamente i
creditori di suo fratello Antonio, se nel 1780 fu costretto a seguito di una
sentenza a vendere la parte di casa a Lorenzo Dallago di Cles. Il Dallago aveva
poi ceduto la casa a Giulio Chilovi e questi poi a Romedio Chilovi. Nel 1785
Romedio Chilovi vendette a Pietro Mendini la parte di casa così descritta: "a
basso un pezzetto di portico aderente alla caneva, fino alla metà dell’arco
verso sera salvo il passo per la caneva maggiore, un revoltello aderente a detto
portico, caneva verso mattina. In alto una cucina a rivolto con suo focolare,
secchiaro, due finestre e una ferriata cui confina il compratore da tutte le
parti con la restante casa per Troni 344 e Carantani 5". Nel 1787
evidentemente una piccola parte della casa che fu di Antonio era ancora in mano
agli eredi, infatti Biagio Bertoluzza e Antonio Sala di Vigo, generi di Maria
vedova di Antonio Mendini, vendevano per 60 Ragnesi ai fratelli Pietro e
Giuseppe figli del fu Francesco Mendini, "una porzione di casa consistente
in alto una cucina a revolto, una camera a soffitta con anditi sopra e coperto
fino all’aria, a basso in una staletta, alla quale porzione di casa confinano 1
strada comune, 2 3 essi compratori con la loro casa, 4 gli stessi con andito".
L a casa fu in seguito divisa metà per
ciascuno tra i due fratelli
Pietro e
Giuseppe che però non
vi risiederanno. Sappiamo per certo che almeno fino al 1808, i due fratelli
erano masadori al
maso Voltoline. Dopo tale anno, prosegui nell'affittanza il solo
Pietro, mentre
Giuseppe si trasferì a
Pavillo ed essendo lui debitore nei confronti del fratello gli cedeva la sua
parte di casa n. 22.
La casa rimase vuota per diversi anni, ma dal 1820, anno del suo
matrimonio con
Teresa Mendini figlia di
Matteo di Dermulo,
fino al 1836 vi abitò in affitto Stefano Inama di Sanzeno.
Dopo la morte di
Pietro, la casa fu
ereditata dai suoi due figli
Francesco e
Giovanni Battista, ma
allo stesso modo del padre nessuno dei due vi abitò. Nel 1847 la casa subì un
grave danno causa un
incendio che si era
sviluppato nella casa di sopra proprietà di
Teresa Mendini e del marito Pietro Inama, stimato in 452 Fiorini. I due
affittuari che in quel momento occupavano la casa, ovvero
Barbara Massenza e
Angelo Melchiori, videro distrutte le
granaglie depositate nel sottotetto per un danno rispettivamente di 100 e 40
Fiorini. Nel 1854 i due fratelli addivengono alla divisione
della casa in due porzioni così descritte:
Prima porzione:
piano terra cortile presso la casa, portico, stalla e
metà cantina a mezzodì e l’avvolto presso la cantina. Primo piano, la metà del
somasso in comune il saletto la stufa posta a mezzodì, la cucina a mezzodì, la
cucina piccola contigua. Al secondo piano, l’andito sopra la stufa, saletto fino
al muro divisorio di questa camera con altra parte. L’andito sopra le due cucine
sino alla linea perpendicolare sotto la colm, la quale nella parte a mattina
viene ad essere nella metà della facciata della casa, e nell’altra parte nella
mersola dove fu fatto una croce.
Seconda porzione:
piano terra cortile presso la casa, portico, stalla
e metà cantina, l’avvolto presso la cantina, tutti a settentrione. Primo piano,
la metà del somasso in comune il saletto la stufa posta a settentrione, la
cucina a settentrione. Secondo piano: l’andito sopra il somasso e l’andito sopra
le suddette camere fino alla muraglia che divide queste camere a mezzodì del
restante della casa e anche in altezza fino all’aria.
Con estrazione a sorte toccò a
Francesco la prima
porzione che era posta a sud (porzioni 2 e 3) e a
Giovanni Battista la
seconda, posta a nord (porzione1).
Nel periodo in cui i proprietari
risiedevano a Taio, la casa non rimarrà del tutto disabitata, infatti oltre a
Stefano Inama di Sanzeno come visto sopra, sicuramente dal 1834 al 1847 vi abitò
Barbara Massenza con i due figli Pietro e Vittore
Chistè. Nel 1847 vi troviamo anche
Angelo Melchiori, ma non è dato a sapere da quanto era lì e per quanto tempo
vi fosse ancora rimasto.
LA PORZIONE DI FRANCESCO (Porzione 2 e
3)
Sembra che Francesco avesse vissuto
gli ultimi anni della sua vita a Dermulo, dove morì il 6 marzo del 1854, già
vedovo dal 1836 della moglie Domenica Bergamo. Dopo di se lasciò due figlie ma
la casa paterna pervenne solo a
Barbara, tacitando
l'altra figlia Caterina con la sua quota di legittima. Nel 1846
Barbara si era unita in
matrimonio con
Giacomo Inama
Zìtol e probabilmente già
da quell'anno abitavano la casa. Nella relazione sull'incendio
del 1847 è citato come affittuario anche Giacomo Inama che aveva subito un danno
per cose mobili di 30 Fiorini.
Barbara morì nel 1898
disponendo che la casa toccasse per un terzo al marito
Giacomo, al quale spettava
l'usufrutto della stufa e della cucina e per tre quarti alla figlia
Rosa, mentre agli altri due
figli Silvestro e Giacomo la quota legittima. Nel 1903
Giacomo e la figlia
Rosa, assegnarono al figlio e
rispettivamente fratello
Silvestro Inama, per lui
presente sua moglie Maria, la porzione di casa rustica al n. 22, spettatigli
come quota legittima della madre, costituita "al piano terra da una stalla e
una cantina a mattina, al primo piano una stufa e una cucina; poi il sottotetto
e coperto verso mattina e mezzodì, metà portico verso mezzodì fino alla croce
esistente sul muro, e porzione di cortile verso mattina"
(porzione 2). Il
cortile era gravato dal diritto di passo a piedi e con carro a favore di
Giacomo e
Rosa. Dopo la morte di
Silvestro la casa
(porzione 2) fu ereditata metà per ciascuno dai suoi figli
Arcangelo e Carlo.
Quest'ultimo emigrò in America e la sua parte assieme a quella che fu di
Arcangelo, nel 1941 fu acquisita da
Primo Inama. Nel 1933 la
parte di Arcangelo risultava a nome di Ferdinando Perenthaler di Taio, suo
cognato e probabilmente è da lui che Primo acquisì la parte di casa.
Rosa morì nel 1922 e la
porzione 3 fu assegnata ai nove nipoti, ossia ai figli dei fratelli Silvestro e
Giacomo. Dopo qualche acquisizione intermedia, nel 1941 di tutta la porzione 3
divenne proprietario
Primo Inama.
Oggi le porzioni 2 e 3 riunite in un'unica entità appartengono agli eredi di
Primo, l’ultimo
Zìtol
delle
famiglie Inama a Dermulo.
LA PORZIONE DI GIOVANNI BATTISTA
(Porzione 1)
Nel 1856
Giobatta fu Pietro Mendini
redasse un contratto di compravendita della sua porzione di casa con
Romedio fu
Giacomo Endrizzi,
che però per cause sconosciute non si perfezionò. Infatti nel 1880
Giovanni Battista
vendette per il prezzo di 140 Fiorini a
Francesco figlio del fu
Giacomo Inama, l'appena
nominata porzione di casa d’abitazione a Dermulo con piccolo orto e sedimi.
All'atto della vendita
Romedio Endrizzi
dichiarava di non avere più nessuna pretesa sulla casa. Dei due figli maschi
di Francesco, uno di nome Fortunato emigrò negli USA, l'altro di nome
Giuseppe abitò con la famiglia al secondo piano di questa porzione, come
risulta dal censimento del 1921. Al primo piano invece abitava
Rachele, sorella di Giuseppe, con il marito
Germano Endrizzi
e i cinque figli. Nel 1957
Vigilio Endrizzi
figlio di
Germano venderà la casa
ad Augusto Inama
figlio di Daniele, i
cui nipoti la posseggono tutt'ora.
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PERSONE EFFETTIVAMENTE PRESENTI NELLA CASA
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Anno 1554
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Anno
1620 |
Anno 1670
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Anno 1710 |
Anno 1780
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Anno 1830
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Anno 1880 |
Anno 1921
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Romedio
Mendini
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Giovanni Mendini |
Cristofora N. (v)
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Elisabetta
Stringari (v)
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Francesco
Mendini
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Stefano Inama §
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Giacomo Inama
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Germano
Endrizzi
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Margherita
Inama (m)
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Caterina N. (m) |
Caterina
Mendini (f)
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Giacomo Mendini (f)
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M.Caterina
Melchiori (m)
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Teresa Mendini (m)
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Barbara Mendini (m)
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Rachele Inama
(m)
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Caterina Mendini (f) |
Giovanni Mendini
(f)
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Pietro Mendini (f)
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Lucia Mendini (f)
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Lorenzo Inama (f)
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Rosa Inama (f)
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Pia Endrizzi (f)
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Mendino Mendini
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Bartolomeo Mendini (f) |
Nicolò
Mendini (f)
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Giacoma Mendini (f)
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Anna Mendini (f)
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Stefano Inama (f)
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Assunta Endrizzi (f)
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Domenica
N. (m)
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Matteo Mendini (f) |
Domenica
Mendini (f)
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Giovanni Mendini (f)
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Giuseppe Mendini (f)
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Mattia Inama (f)
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Francesco
Inama
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Anna Endrizzi (f)
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Marina Mendini (f)
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Gio. Giacomo Mendini (f) |
Anna Maria Mendini (f)
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Franca Mendini (f)
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Romedio Inama (f)
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Teresa
Tavonatti (m)
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Maria Endrizzi (f)
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Antonio Mendini (f) |
Maria
Mendini (f)
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Teresa Inama (f)
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Germano Inama (f)
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Vigilio Endrizzi (f)
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Andrea Mendini
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Francesca Mendini (f) |
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Pietro
Mendini |
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Virginia Inama (f)
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N. N. (m)
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Caterina
Cristoforetti (m)
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Rosa Inama (f)
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Rosa Inama
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N. Mendini (f)
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Maria Inama (f)
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Maria Sborz (v)
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Giuseppe Inama
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Romedio Barbacovi
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Silvestro Inama
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Eugenia
Paternoster (m) (a)
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N. Mendini
(m)
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Maria
Tavonatti (m)
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Primo Inama (f)
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Ferdinando
Barbacovi (f)
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Barbara Inama (f)
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Fortunato Inama (fr) (a)
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Nicolò Barbacovi
(f)
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Angela Inama (f)
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Maria
Tavonatti (v)
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Arcangelo Inama (f)
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Carlo Inama (f) (a)
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§ di Sanzeno
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* Per gli anni 1554, 1620 e 1670 le
persone non sono quelle effettivamente presenti, ma solo quelle di cui si è
avuta contezza. Il nominativo sottolineato corrisponde al capofamiglia. Le
seguenti abbreviazioni indicano i rapporti di parentela con il nome
sottolineato: m sta per moglie,
f.
per figlio/a,
fr per
fratello,
S
per sorella, v
per vedovo/a,
p
per padre,
M per madre,
s
per suocero/a, n
per nipote,
z
per zio,
N
per nuora e c
per cognato/a. Per il 1780, i nomi dei proprietari provengono dal
Catasto
teresiano
presso l’A.S.T.
Per il 1921 si è preso in considerazione il censimento di tale anno presso l’A.C.D.
Inoltre, e solo per questo anno, sono state evidenziate
le persone assenti con la lettera a.
Per gli anni rimanenti i nomi dei capifamiglia e/o il numero degli occupanti
la casa, sono stati desunti da vari documenti consultati presso
A.C.D.,
A.P.T. e
A.D.T.
Per l'anno
1620 non si ha la certezza matematica che le persone elencate siano quelle
effettivamente presenti. |
L'arco
era ancora esistente agli inizi degli anni
Cinquanta del secolo scorso e si può intravedere in una foto dell'epoca.
Il primo libro di registrazione dei morti per la pieve di Taio inizia con l’anno 1612,
e dopo
tale data non risulta che a Dermulo fosse morto un Barbacovi.
Per completezza va ricordato che esisteva
un altro Antonio Mendini cronologicamente compatibile con il confinante del
1588, ossia Antonio IV. Di lui conosciamo la paternità, essendo figlio di
Giacomo, mentre resta ignota quella del nonno, che ho ipotizzato potesse essere
Romedio, fratello di Mendino. In tal caso, tornando alla vendita della casa di
Mendino effettuata dal presunto nonno Romedio Mendini a favore di Romedio
Barbacovi, si potrebbe supporre che l’alienazione non riguardasse l’intero
edificio, ma solo una sua parte, con il mantenimento di una porzione da parte di
Romedio. In alternativa, proseguendo sul piano delle congetture, la casa n. 22
potrebbe essere stata già suddivisa in tre unità abitative, con la parte
meridionale occupata congiuntamente dai fratelli Mendino e Romedio.
Si riporta qui l'elenco di quanto preteso dai Massenza subentrati ai Mendini nella conduzione
del maso Panizza: "I Massenza dovranno corrispondere ogni anno il giorno di San Michele o sua
ottava 16 Stari di frumento, 16 Stari di segala, 5 Stari di legumi, 4
Stari di milio, 4 Stari di panizzo,
2 Stari di formentone, 3 Stari di spelta ovvero avena. Il vino e il brascato sarà per metà
del conduttore. Ogni anno i locatori dovranno comperare le scandole e metterle in opera su detta casa e siano
tenuti a governare il cavallo del signor. locatore quando viene a Taio. Gli
affitalini sono tenuti ogni anno a fare al locatore due cariaggi da Taio a Seio.
E in questi 5 anni un cariaggio da Taio a Trento. In più fornire un pollastro".
Sono riuscito a identificare il primo
avvolto,
che nella seconda permuta era descritto ad uso stalla, con quello interno
assegnato nel 1903 alla porzione 3. La cantina, invece, era collocata sul lato
sud-est della casa e, grazie all’indicazione del confine con la “strada comune”,
può essere identificata con il locale che nel 1903 apparteneva alla porzione 2,
allora di Silvestro Inama fu Giacomo e successivamente, dal 1918, ai fratelli
Arcangelo e Carlo, figli del fu Silvestro.
L’avvolto
crollato situato a sud della casa, confinante su tre lati con Nicolò Mendini e
su uno con il cimitero, e posseduto nel 1683 da Simone e Pietro Mendini, non è
invece identificabile con quello pervenuto ai Panizza.
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