LA CASA N°22 - c. vecchia dei Mendini - c. dei Mendini di sotto - c. presso la chiesa

(Oggi Via Strada Romana n. 25) P.E. 30, 31
 

 

        

 

DESCRIZIONE DELLA CASA

La prima menzione documentaria della casa risale al 1588, quando essa compare in un atto di accordo per il pagamento di un debito tra gli eredi di Romedio Barbacovi e i fratelli Ciurletti di Trento. In tale documento, la casa — in parte di proprietà dei Barbacovi e confinante con la via pubblica, ser Pietro Inama di Fondo, Matteo Pret e Antonio Mendini — fu data, insieme ad alcuni terreni, a garanzia di un censo.
Già in epoca antica l’edificio risultava articolato in tre unità abitative: una di maggior superficie posta a nord (porzione 1) e due di dimensioni più ridotte a sud (porzioni 2 e 3), che in determinati periodi risultano appartenere a un unico proprietario. Alla porzione settentrionale era annesso il broilo adiacente alla casa, oggi trasformato in piazzale e identificabile nella P.E. 31, mentre le porzioni meridionali confinavano, tramite la
cort, con il cimitero della
chiesa di San Giacomo. L’accesso alla cort avveniva dalla via pubblica (via Strada Romana) attraverso un arco, oggi sostituito da una porta quadrata in cemento.[1]

Il piccolo prato e il bosco circostanti il cimitero appartenevano in origine alla chiesa di Dermulo; solo alla fine del Settecento, dopo essere stati concessi in locazione perpetua a Francesco Mendini, furono da questi acquisiti mediante il pagamento della somma di affrancamento, divenendo pertinenza della casa.
Fino all’Ottocento le informazioni relative alla casa ci sono pervenute in forma frammentaria. Nel 1646 sono menzionate una cantina e una stalla, localizzate rispettivamente nella parte sud-orientale e in quella centrale dell’edificio. Nel 1683 compare la citazione di un ulteriore locale al piano terreno, anch’esso posto a sud, che all’epoca risultava diroccato; il medesimo ambiente è nuovamente ricordato nel 1718, mentre l’anno successivo si fa menzione di un altro avvolto.
Nel 1763 disponiamo di una descrizione della porzione sud-orientale della casa, i cui confini erano indicati nel cimitero, nella strada comune e nelle proprietà di Floriano Inama e
Francesco Mendini. Tale parte dell’edificio veniva descritta come in parte in rovina e comprendeva, al piano terra, una stalla e uno stabbio con i relativi anditi; al piano superiore si trovavano il somasso, una cucina e una saletta, sovrastati dalle stradughe e dal tetto.
Nel 1785 è riportata la seguente descrizione: «a basso un pezzetto di portico aderente alla caneva, fino alla metà dell’arco verso sera, salvo il passo per la caneva maggiore; un revoltello aderente a detto portico, caneva verso mattina. In alto una cucina a rivolto con suo focolare, secchiaro, due finestre e una ferriata». Un’ulteriore descrizione del 1787 recita: «una porzione di casa presso la chiesa, incorporata con la propria, consistente in alto in una cucina a revolto, una camera a soffitta con anditi sopra e coperto fino all’aria, a basso in una staletta…»
.
Nel 1854, in occasione della divisione della casa ereditata dal padre Pietro tra i fratelli
Giovanni Battista e Francesco Mendini, fu redatta una descrizione completa dell’edificio (riportata più avanti). Infine, una presentazione particolarmente dettagliata si ricava dal catasto dei primi del Novecento, grazie al quale è stato possibile delineare un quadro complessivo di tutti gli ambienti costituenti la casa.
Le unità abitative risultavano di dimensioni modeste, ma comunque sufficienti ad accogliere tre famiglie. L’accesso a tutti gli “appartamenti” avveniva dal lato nord, dove, attraverso il
pont, si entrava nel somasso comune; da qui, sul medesimo piano, si accedeva ai due o tre locali pertinenti a ciascuna abitazione. La situazione descritta per i primi anni del Novecento può essere sovrapposta, senza sostanziali differenze, a quella dei secoli precedenti.
Di seguito si riporta la descrizione delle tre porzioni così come desunta dal catasto.

 

 

MappaCasa22 MappaCasa22

PORZIONE 1
A Pianoterra un portico, stalla e cantina a settentrione della casa. A primo piano una stufa, cucina, salotto e cesso verso settentrione, porzione di antana con corrispondente copertura verso settentrione.

PORZIONE 2
A pianoterra una stalla, una cantina e portico a mattina –mezzodì della casa aggravato quest’ultimo del diritto della servitù di passo a piedi e con bestie sciolte a favore della porzione 3. A primo piano una stufa con una cucina verso mezzodì mattina, porzione di antana con corrispondente copertura verso mattina-mezzodì.

PORZIONE 3
A pianoterra una stalla a sera ed una cantina nell’interno e portico verso mezzodì, a primo piano una stufa, cucina e salotto verso mezzodì-sera; la porzione di tezzile con corrispondente copertura verso mezzodì-sera, sovrapposta a questi locali di primo piano.
La scala interna che da pianoterra mette al primo piano, nonché il cesso a mezzodì ed il salotti di primo piano sono consortili fra le porzioni 2 e 3; mentre il somasso di primo piano e la scala che da questo mette al sottotetto sono consortili fra tutte e tre le porzioni.L’antana della porzione 2 è gravata del diritto di passo a piedi a favore della porzione 3 per la larghezza della scala ora esistente e la muraglia a mezzodì del somasso che divide i locali della porzione 2 è consortile fra le porzioni 1 e 2.
 

Il sottotetto era diviso in tre porzioni e in corrispondenza del somasso esisteva un’apertura (bocér) di comune proprietà, attraverso il quale veniva fatto passare il fieno che poi era condotto nelle rispettive stalle.

Per molto tempo il numero assegnato alla casa fu il 21, poi dopo il 1880 ricevette il 22 che venne conservato fino alla recente rinumerazione del 1991.

L'ORIGINE DELLA CASA

Da una più attenta analisi della documentazione notarile antica è emerso, smentendo una precedente ipotesi, che la casa n. 22 può a pieno titolo essere considerata la più antica dimora della famiglia Mendini a Dermulo. Numerosi indizi mi avevano infatti inizialmente indotto a ritenere che tale primato spettasse alla casa n. 21, sulla quale campeggia l’arma dei Mendini e nella quale la famiglia dimorò ininterrottamente per circa cinque secoli. Alla metà del Settecento essa veniva inoltre appellata come “casa vecchia dei Mendini”; ciò nonostante, come ora risulta evidente, la dimora originaria della famiglia fu senza dubbio la casa n. 22.
Il trasferimento dei Mendini tra le due abitazioni avvenne in senso opposto rispetto a quanto precedentemente ipotizzato: dalla casa n. 22, già nel Trecento, la famiglia si trasferì nella casa n. 21, detta Nascimbene; nei secoli successivi, quando l’incremento dei membri familiari rese necessari nuovi spazi abitativi, si verificò un ritorno alla casa avita. Questa nuova acquisizione interpretativa ha permesso di chiarire non solo le incertezze relative all’origine della famiglia Mendini, ma anche, come si vedrà più avanti, alcuni aspetti finora poco chiari riguardanti la famiglia Barbacovi.
In precedenza avevo infatti ipotizzato, sulla base del primo contratto di locazione risalente ai primi anni del Trecento, che Nascimbene fosse giunto a Dermulo appositamente per prendere in affitto il maso, ipotesi rafforzata dall’apparente assenza di un’antica casa di proprietà della famiglia oltre alla futura n. 20-21. Le nuove evidenze documentarie indicano invece che Nascimbene, e con ogni probabilità già suo padre Raimondino, possedevano e abitavano la futura casa n. 22 fin dal Duecento. Considerando inoltre che genealogicamente da Nascimbene II ebbe origine il ramo dei Massenza, si può affermare che tale edificio fu con tutta probabilità anche la loro casa natale.
Una conferma indiretta di questa ricostruzione proviene dalla carta di regola di Dermulo del 1471, nella quale i vicini convocati all’adunanza non risultano elencati casualmente, bensì ordinati secondo la successione delle loro abitazioni, procedendo da nord verso sud. Dopo Vincenzo, residente nel futuro caseggiato nn. 16-17-18-19, compaiono Raimondino fu Gregorio e Francesco fu Nascimbene: il primo occupava la futura casa n. 20-21, il secondo la sottostante futura casa n. 22.
È verosimile che Francesco, alla fine del Quattrocento, si sia successivamente trasferito nella casa 15, separandosi dal nucleo originario; i suoi figli Simone e Nascimbene adottarono quindi il cognome matronimico Massenza, probabilmente derivato dal nome della madre.
I Mendini, fino a quel periodo poco diramati, continuarono ad abitare la casa di Castel Valer; tuttavia, nei primi anni del Cinquecento, quando l’investitura passò ad Antonio I, la casa n.20-21 non offriva più spazio sufficiente per accogliere anche le famiglie dei fratelli Nicolò, Tommaso e Giovanni I. Questi ultimi si trasferirono quindi nella casa n. 22. Sulla base di evidenze successive, si può ipotizzare che la parte settentrionale dell’edificio (porzione 1) fosse occupata da Nicolò, mentre quella meridionale (porzioni 2 e 3) da Giovanni I e Tommaso.

PORZIONE 1
Di Nicolò Mendini si hanno notizie estremamente scarse; è tuttavia verosimile che, dalla moglie di cui non conosciamo il nome, egli abbia avuto un’unica figlia anch’essa ignota. Dall’analisi di diversi indizi si può ipotizzare che questa abbia sposato Romedio Barbacovi di Taio. Tale circostanza spiegherebbe il trasferimento di ser Romedio a Dermulo e consente inoltre di chiarire, dopo molte congetture, il luogo della sua dimora: la parte settentrionale (porzione 1) della futura casa n. 22, di proprietà della moglie.
Romedio Barbacovi morì intorno al 1585, lasciando due figli, Ferdinando e Nicolò. Il primo, notaio di grande affermazione, esercitò la professione a Dermulo per quasi cinquant’anni a partire dal 1559; tuttavia, per lunghi periodi soggiornò lontano dal paese, risiedendo a Castel Thun, dove rogava e trascriveva atti per conto dei castellani. Suo figlio Giovanni Giacomo, anch’egli notaio, dopo un breve periodo trascorso a Dermulo e alcuni anni a Taio, si stabilì definitivamente a Tres.
Nicolò, l’altro figlio di Romedio, abitò con certezza nella casa paterna insieme alla moglie, di cui non conosciamo il nome, e alla figlia Fiore; le fonti ufficiali su di lui si interrompono tuttavia nel 1588. In quell’anno, insieme al fratello Ferdinando, fu chiamato a onorare un prestito contratto dal defunto padre con la famiglia Ciurletti di Trento, per il quale erano stati posti a garanzia, oltre ad alcuni terreni, anche la casa di abitazione.
Di Nicolò e di eventuali suoi discendenti non si trova più alcuna traccia a Dermulo. Le ipotesi plausibili si riducono pertanto a due: o la famiglia si estinse — senza possibilità di prova, poiché la morte di Nicolò dovette avvenire prima dell’istituzione del registro dei morti
[2] — oppure si trasferì altrove, probabilmente a Taio, luogo d’origine dei Barbacovi. In ogni caso, verosimilmente per far fronte al debito contratto da Romedio, la casa antica venne infine alienata.

PORZIONI 2 e 3
Giovanni I Mendini, prima di morire, aveva acquistato da Gregorio Inama una casa che ritengo identificabile con la futura casa
n. 5. In questa nuova dimora abitò con certezza Gregorio, uno dei figli di Giovanni I Mendini, mentre l’altro figlio, Mendino, rimase nella porzione 2 o 3 della casa n. 22.
Non si può escludere del tutto che insieme a Mendino avesse dimorato anche il fratello Romedio; tuttavia, la successiva vendita della casa di Mendino a Romedio Barbacovi, effettuata da Romedio Mendini, farebbe propendere per l’ipotesi che quest’ultimo non avesse avuto una stabile partecipazione nel caseggiato. Romedio risulta infatti, allo stato attuale delle ricerche, difficilmente collocabile dal punto di vista abitativo. A tale proposito, si può avanzare un’ulteriore ipotesi, oltre a quelle già menzionate, ossia che egli avesse abitato nella casa
n. 5 del suocero Antonio Inama detto “del Marin”, insieme al fratello Gregorio.
Mendino lasciò un’unica figlia, Marina, che dopo la morte del padre visse a Smarano con la madre Domenica. La casa di Mendino fu acquistata intorno al 1553 dal fratello Romedio, il quale la alienò poco tempo dopo a Romedio Barbacovi.
In una delle porzioni meridionali abitava anche Tommaso, figlio di Raimondino III detto Mendino, del quale è noto soltanto il figlio Andrea. Quest’ultimo morì dopo il 1567 e non è noto se abbia avuto discendenza. Tuttavia, il notaio Antonio Mendini III, del quale non conosciamo con certezza la paternità e che risiedeva a Borz presso Banco, annoverava tra i propri figli un Andrea. Per questo motivo vi sono buone probabilità che Antonio III fosse figlio di Andrea I Mendini; se tale ipotesi fosse corretta, egli potrebbe essere identificato con l’Antonio Mendini che nel 1588 risulta confinante a sud della casa Barbacovi.
Per circa cinquant’anni non si hanno ulteriori notizie relative alla casa; soltanto nella prima metà del Seicento essa risulta appartenere ai fratelli Antonio e Matteo Mendini, figli di Giovanni IV, e forse in piccola parte anche allo zio Antonio V. Questo lungo silenzio documentario obbliga a colmare l’arco temporale compreso tra il 1588 e il 1646 mediante congetture. Il fatto che la proprietà fosse in mano ai fratelli Antonio e Matteo consente tuttavia di affermare con buona sicurezza che in precedenza essa appartenesse al loro padre Giovanni IV. Poiché quest’ultimo morì nel 1629, l’acquisizione della casa va collocata nei primi anni del Seicento.
Resta quindi da chiarire in quale modo Giovanni IV sia entrato in possesso dell’immobile. L’ipotesi più immediata è che l’Antonio citato nel 1588 sia da identificare con Antonio II, già proprietario della cosiddetta “
casa dei Mendini di Sopra”, e che questi avesse acquistato la parte settentrionale della casa (porzione 1) dagli eredi di Romedio Barbacovi, beneficiando infine il figlio Giovanni IV — e forse anche l’altro figlio Antonio V — dell’intero edificio. Se invece, come sopra ipotizzato, l’Antonio del 1588 fosse Antonio III, Giovanni IV potrebbe aver acquisito direttamente da lui la casa, oppure vi potrebbe essere stato un passaggio intermedio, da Antonio III ad Antonio II.
[3]


  

LA CASA NEL SEICENTO

Giovanni IV Mendini abitò con la numerosa famiglia a Taio, nella casa di Giovanni Battista Panizza, in qualità di masadore, dove sembra sia morto nel 1629. Il maso fu quindi locato a due dei suoi figli, Antonio e Matteo, mentre l’altro figlio, Giovanni Giacomo, rimase estraneo alla locazione e non ebbe nemmeno quote di proprietà nella casa n. 22. Ciò emerge chiaramente dalle notizie relative alla casa nel 1646; è pertanto plausibile che Giovanni Giacomo vivesse con la moglie Lucia, vedova di Gaspare Chilovi, e con la figliastra Anna Maria Chilovi, nella casa n. 1.
Sebbene entrambi affittuari del maso Panizza, solo Matteo risiedette stabilmente nella casa di Taio, mentre Antonio VIII visse a Dermulo, nella parte della casa n. 22 (porzione 3) già appartenuta al padre Giovanni IV, mentre Matteo possedeva la propria abitazione nella porzione 1 dello stesso edificio.
In questo periodo la situazione economica di questo ramo dei Mendini peggiorò rapidamente. Nel 1646 la famiglia abbandonò il maso Panizza di Taio e Matteo fece ritorno in paese, lasciando il posto a Cipriano Massenza e ai suoi figli. La risoluzione del contratto con i Panizza non fu certamente indolore: i Mendini avevano infatti accumulato consistenti debiti a causa dell’elevato canone di locazione richiesto dai proprietari, e i fratelli Antonio VIII e Matteo furono costretti ad alienare alcuni terreni
.[4]
In particolare, Matteo dovette cedere a Giovanni Battista Panizza il broilo a nord della casa, nonché un terreno in località Ronc; quest’ultimo risultava però gravato da un’assicurazione a favore del cognato Paolo Bevilacqua di Termenago. I confini del broilo — a est la via comune, a sud la casa del venditore, a ovest e a nord Floriano Inama — consentono di identificarlo con l’attuale piazzale antistante l’ex casa n. 22, contraddistinto dalla particella edificiale n. 31. Tale aggravio era con ogni probabilità collegato al pagamento della dote dovuta da Matteo, e anche da Antonio, per la sorella Caterina, moglie del Bevilacqua.SchemaCasa22
Per tale motivo l’onere fu trasferito su un avvolto situato al centro della futura casa n. 22, che Matteo fu costretto a cedere poco dopo al cognato. Tale locale confinava su tre lati con proprietà del fratello Antonio e su un lato con quelle dello stesso Matteo. Nello stesso anno Antonio VIII Mendini cedette al cognato di Termenago anche una cantina, anch’essa situata nella casa n. 22 e confinante su due lati con proprietà dello stesso Antonio, nonché con Matteo e con la strada comune. In contropartita, Paolo Bevilacqua cedette ad Antonio Mendini l’avvolto precedentemente ricevuto da Matteo. Nel 1664, infine, Paolo Bevilacqua trasferì la cantina, mediante permuta, a Pietro Panizza.[5]
Alla morte di Matteo, avvenuta intorno al 1660, la porzione settentrionale della casa (porzione 1) passò ai suoi eredi Giovanni e Lucia, dai quali pervenne successivamente al cugino Nicolò I, figlio del fu Antonio VIII.
Nella porzione sud-occidentale dell’edificio (porzione 2) non è da escludere che, a partire dal 1650 circa, abbiano abitato gli eredi di Antonio V. Quest’ultimo occupava infatti fino a quell’epoca la
casa n. 20, ma alla sua morte i figli furono costretti a venderne l’utile dominio, previo consenso del proprietario, il barone Geronimo Spaur di Castel Valer. È probabile che nella suddetta porzione abbia continuato a vivere fino alla morte Maria Gallo, vedova di Antonio V; successivamente l’ambiente rimase disabitato e andò lentamente in rovina.
In sintesi, nel 1646 la parte settentrionale della casa (porzione 1) apparteneva a Matteo Mendini, la parte sud-orientale (porzione 2) ad Antonio VIII Mendini e la parte sud-occidentale (porzione 3) ad Antonio V Mendini.
Nel 1683 i fratelli Pietro e Simone Mendini, figli del fu Antonio V e residenti a Brescia, donarono al cugino Antonio VI Mendini, figlio di Giacomo, un avvolto descritto come collassato, confinante su tre lati con Nicolò Mendini e a sud con il cimitero. Tale andito rappresentava probabilmente quanto rimasto in loro possesso della porzione di casa già appartenuta al padre. L’avvolto distrutto rimase in tali condizioni per molti anni e, da Antonio VI, passò al figlio Antonio VII, il quale per disposizione testamentaria del 1718 stabilì che pervenisse a Nicolò II, figlio di Pietro Antonio Mendini.

 

LA CASA DAL SETTECENTO AI GIORNI NOSTRI

Come già accennato gran parte di casa alla fine del Seicento era nella mani di Nicolò I che la occupò con la moglie Elisabetta Stringari e la numerosa figliolanza. Dopo la morte di Nicolò avvenuta nel 1701, nella casa, dei quattro figli abitarono solamente Pietro Antonio e Giacomo con le relative famiglie. Pietro infatti visse a Taio con la moglie Caterina Valemi, dove morì nel 1729 senza lasciare discendenti. Nel testamento nominò eredi dei suoi averi, fra i quali anche la porzione di casa, i suoi fratelli. Mentre Giovanni, altro figlio di Nicolò, sposò Margherita Massenza e si trasferì nella casa della moglie al Castelet, e nel 1725 vendette la sua parte di casa paterna al fratello Pietro Antonio per la somma di 75 Ragnesi.
Giacomo abitò con la famiglia nella parte di casa a sud-ovest verso la chiesa, dove morì nel 1738. Dei vari figli nati nel matrimonio sembra che sia sopravvissuta solo una femmina di nome Maddalena che fino al matrimonio occupò la casa assieme alla madre Maria Bertagnolli. Nel 1763 essendo morta anche la madre, Maddalena vendette la casa a Francesco Mendini per il prezzo di 35 Ragnesi. Da quanto si evince dall'atto notarile in questione, la casa si presentava in pessime condizioni e bisognosa di ristrutturazione.

Pietro Antonio nel 1706 stipulò un contratto di affitto con Marino Inama ed almeno per 5 anni, si stabilì con la famiglia nella casa n. 7. Alla scadenza del contratto, o forse ancora prima, Pietro Antonio fece ritorno nella casa della quale occupò la porzione a nord (porzione 1)  mentre nella parte a sud ovest, (porzione 3) dopo il 1715, abitò il fratello Giacomo assieme alla moglie Maria. La parte sud-est (porzione 2) apparteneva ancora a Giovanni che abitava con la moglie nella casa al Castelet. Tale porzione fu acquistata da Pietro Antonio nel 1725 per il prezzo di 75 Ragnesi. Pietro Antonio morì nel 1751 e la casa pervenne quindi ai suoi due figli, Francesco e Antonio oltre che alla vedova Antonia. Antonio che venne in possesso della porzione di casa posta a sud-est (porzione 2) nei pressi della strada, morirà prematuramente lasciando moltissimi debiti, per cui il sarto Bartolomeo Mendini curatore e tutore delle sue figlie, con l'aiuto di Romedio Chilovi predispose un progetto per evitare l'alienazione del patrimonio. Quindi nel 1753 la porzione di abitazione del fu Antonio, descritta come "parte di casa presso la chiesa contenente una stanza, vòlto presso il sommasso coll’uscio da farsi ivi con sua parte di stradughe e coperto...., e la quarta parte della cucina.." fu assegnata alla vedova Maria. Mentre al fratello Francesco e alla madre Antonia venne assegnato "un cortile esistente nella casa derivante da detto Antonio, sita in Dermulo presso la chiesa, per 30 Ragnesi" in cambio del loro impegno a pagare i numerosi creditori. Nel 1763 Francesco Mendini acquisirà la parte di casa che fu dello zio Giacomo e nel 1778 si ha notizia che già possedeva una camera e una cucina acquisita da Maria vedova del fratello Antonio. Per cui nel Catasto Teresiano del 1780 Francesco risulta proprietario di tutta la casa, con la superficie di 45 pertiche. Nel 1780 Francesco assicurava sulla parte di casa che fu di Antonio la dote della nuora Caterina Cristoforetti, moglie del figlio Pietro. Evidentemente Francesco non fu in grado di soddisfare completamente i creditori di suo fratello Antonio, se nel 1780 fu costretto a seguito di una sentenza a vendere la parte di casa a Lorenzo Dallago di Cles. Il Dallago aveva poi ceduto la casa a Giulio Chilovi e questi poi a Romedio Chilovi. Nel 1785 Romedio Chilovi vendette a Pietro Mendini la parte di casa così descritta: "a basso un pezzetto di portico aderente alla caneva, fino alla metà dell’arco verso sera salvo il passo per la caneva maggiore, un revoltello aderente a detto portico, caneva verso mattina. In alto una cucina a rivolto con suo focolare, secchiaro, due finestre e una ferriata cui confina il compratore da tutte le parti con la restante casa per Troni 344 e Carantani 5". Nel 1787 evidentemente una piccola parte della casa che fu di Antonio era ancora in mano agli eredi, infatti Biagio Bertoluzza e Antonio Sala di Vigo, generi di Maria vedova di Antonio Mendini, vendevano per 60 Ragnesi ai fratelli Pietro e Giuseppe figli del fu Francesco Mendini, "una porzione di casa consistente in alto una cucina a revolto, una camera a soffitta con anditi sopra e coperto fino all’aria, a basso in una staletta, alla quale porzione di casa confinano 1 strada comune, 2 3 essi compratori con la loro casa, 4 gli stessi con andito". La casa fu in seguito divisa metà per ciascuno tra i due fratelli Pietro e Giuseppe che però non vi risiederanno. Sappiamo per certo che almeno fino al 1808, i due fratelli erano masadori al maso Voltoline. Dopo tale anno, prosegui nell'affittanza il solo Pietro, mentre Giuseppe si trasferì a Pavillo ed essendo lui debitore nei confronti del fratello gli cedeva la sua parte di casa n. 22.
La casa rimase vuota per diversi anni, ma dal 1820, anno del suo matrimonio con
Teresa Mendini figlia di Matteo di Dermulo, fino al 1836 vi abitò in affitto Stefano Inama di Sanzeno.
Dopo la morte di Pietro, la casa fu ereditata dai suoi due figli Francesco e Giovanni Battista, ma allo stesso modo del padre nessuno dei due vi abitò. Nel 1847 la casa subì un grave danno causa un incendio che si era sviluppato nella casa di sopra proprietà di Teresa Mendini e del marito Pietro Inama, stimato in 452 Fiorini. I due affittuari che in quel momento occupavano la casa, ovvero Barbara Massenza e Angelo Melchiori, videro distrutte le granaglie depositate nel sottotetto per un danno rispettivamente di 100 e 40 Fiorini. Nel 1854 i due fratelli addivengono alla divisione della casa in due porzioni così descritte:
Prima porzione
: piano terra cortile presso la casa, portico, stalla e metà cantina a mezzodì e l’avvolto presso la cantina. Primo piano, la metà del somasso in comune il saletto la stufa posta a mezzodì, la cucina a mezzodì, la cucina piccola contigua. Al secondo piano, l’andito sopra la stufa, saletto fino al muro divisorio di questa camera con altra parte. L’andito sopra le due cucine sino alla linea perpendicolare sotto la colm, la quale nella parte a mattina viene ad essere nella metà della facciata della casa, e nell’altra parte nella mersola dove fu fatto una croce.
Seconda porzione: piano terra cortile presso la casa, portico, stalla e metà cantina, l’avvolto presso la cantina, tutti a settentrione. Primo piano, la metà del somasso in comune il saletto la stufa posta a settentrione, la cucina a settentrione. Secondo piano: l’andito sopra il somasso e l’andito sopra le suddette camere fino alla muraglia che divide queste camere a mezzodì del restante della casa e anche in altezza fino all’aria.
Con estrazione a sorte toccò a
Francesco la prima porzione che era posta a sud (porzioni 2 e 3) e a Giovanni Battista la seconda, posta a nord (porzione1).
Nel periodo in cui i proprietari risiedevano a Taio, la casa non rimarrà del tutto disabitata, infatti oltre a Stefano Inama di Sanzeno come visto sopra, sicuramente dal 1834 al 1847 vi abitò
Barbara Massenza con i due figli Pietro e Vittore Chistè. Nel 1847 vi troviamo anche Angelo Melchiori, ma non è dato a sapere da quanto era lì e per quanto tempo vi fosse ancora rimasto.


LA PORZIONE DI FRANCESCO (Porzione 2 e 3)

Sembra che Francesco avesse vissuto gli ultimi anni della sua vita a Dermulo, dove morì il 6 marzo del 1854, già vedovo dal 1836 della moglie Domenica Bergamo. Dopo di se lasciò due figlie ma la casa paterna pervenne solo a Barbara, tacitando l'altra figlia Caterina con la sua quota di legittima. Nel 1846 Barbara si era unita in matrimonio con Giacomo Inama Zìtol e probabilmente già da quell'anno abitavano la casa. Nella relazione sull'incendio del 1847 è citato come affittuario anche Giacomo Inama che aveva subito un danno per cose mobili di 30 Fiorini. Barbara morì nel 1898 disponendo che la casa toccasse per un terzo al marito Giacomo, al quale spettava l'usufrutto della stufa e della cucina e per tre quarti alla figlia Rosa, mentre agli altri due figli Silvestro e Giacomo la quota legittima. Nel 1903 Giacomo e la figlia Rosa, assegnarono al figlio e rispettivamente fratello Silvestro Inama, per lui presente sua moglie Maria, la porzione di casa rustica al n. 22, spettatigli come quota legittima della madre, costituita "al piano terra da una stalla e una cantina a mattina, al primo piano una stufa e una cucina; poi il sottotetto e coperto verso mattina e mezzodì, metà portico verso mezzodì fino alla croce esistente sul muro, e porzione di cortile verso mattina" (porzione 2). Il cortile era gravato dal diritto di passo a piedi e con carro a favore di Giacomo e Rosa. Dopo la morte di Silvestro la casa (porzione 2) fu ereditata metà per ciascuno dai suoi figli Arcangelo e Carlo. Quest'ultimo emigrò in America e la sua parte assieme a quella che fu di Arcangelo, nel 1941 fu acquisita da Primo Inama. Nel 1933 la parte di Arcangelo risultava a nome di Ferdinando Perenthaler di Taio, suo cognato e probabilmente è da lui che Primo acquisì la parte di casa.
Rosa morì nel 1922 e la porzione 3 fu assegnata ai nove nipoti, ossia ai figli dei fratelli Silvestro e Giacomo. Dopo qualche acquisizione intermedia, nel 1941 di tutta la porzione 3 divenne proprietario Primo Inama
.
Oggi le porzioni 2 e 3 riunite in un'unica entità appartengono agli eredi di
Primo, l’ultimo
Zìtol delle famiglie Inama a Dermulo.


LA PORZIONE DI GIOVANNI BATTISTA (Porzione 1)

Nel 1856 Giobatta fu Pietro Mendini redasse un contratto di compravendita della sua porzione di casa con Romedio fu Giacomo Endrizzi, che però per cause sconosciute non si perfezionò. Infatti nel 1880 Giovanni Battista vendette per il prezzo di 140 Fiorini a Francesco figlio del fu Giacomo Inama, l'appena nominata porzione di casa d’abitazione a Dermulo con piccolo orto e sedimi. All'atto della vendita Romedio Endrizzi dichiarava di non avere più nessuna pretesa sulla casa. Dei due figli maschi di Francesco, uno di nome Fortunato emigrò negli USA, l'altro di nome Giuseppe abitò con la famiglia al secondo piano di questa porzione, come risulta dal censimento del 1921. Al primo piano invece abitava Rachele, sorella di Giuseppe, con il marito  Germano Endrizzi e i cinque figli. Nel 1957 Vigilio Endrizzi figlio di Germano venderà la casa ad Augusto Inama figlio di Daniele, i cui nipoti la posseggono tutt'ora.

PERSONE EFFETTIVAMENTE PRESENTI NELLA CASA *

Anno 1554

Anno 1620

Anno 1670

Anno 1710

Anno 1780

Anno 1830

Anno 1880

Anno 1921

Romedio  Mendini

Giovanni Mendini

Cristofora N. (v)

Elisabetta Stringari (v)

Francesco Mendini

Stefano Inama §

Giacomo Inama

Germano Endrizzi

Margherita Inama (m)

Caterina N. (m)

Caterina Mendini (f)

Giacomo Mendini (f)

M.Caterina Melchiori (m)

Teresa Mendini (m)

Barbara Mendini (m)

Rachele Inama (m)

  Caterina Mendini (f)

Giovanni Mendini (f)

Pietro Mendini (f)

Lucia Mendini (f)

Lorenzo Inama (f)

Rosa Inama (f)

Pia Endrizzi (f)

Mendino Mendini

Bartolomeo Mendini (f)

Nicolò Mendini (f)

Giacoma Mendini (f)

Anna Mendini (f)

Stefano Inama (f)

 

Assunta Endrizzi (f)

Domenica N. (m)

Matteo Mendini (f)

Domenica Mendini (f)

Giovanni Mendini (f)

Giuseppe Mendini (f)

Mattia Inama (f)

Francesco Inama

Anna Endrizzi (f)

Marina Mendini (f)

Gio. Giacomo Mendini (f)

Anna Maria Mendini (f)

 

Franca Mendini (f)

Romedio Inama (f)

Teresa Tavonatti (m)

Maria Endrizzi (f)

 

Antonio Mendini (f)

Maria Mendini (f)

 

 

 Teresa Inama (f)

Germano Inama (f)

Vigilio Endrizzi (f)

Andrea Mendini

Francesca Mendini (f)  

 

Pietro Mendini

 

Virginia Inama (f)

 

N. N. (m)

   

Caterina Cristoforetti (m)

 

Rosa Inama (f)

Rosa Inama

N. Mendini (f)

   

 

 

 

Maria Inama (f)

 

     

 

Maria Sborz (v)

 

 

Giuseppe Inama

Romedio Barbacovi

 

 

 

 

 

Silvestro Inama

Eugenia Paternoster (m) (a)

N. Mendini (m)

 

 

 

 

 

Maria Tavonatti (m)

Primo Inama (f)

Ferdinando Barbacovi (f)

 

 

 

 

 

Barbara Inama (f)

Fortunato Inama (fr) (a)

Nicolò Barbacovi (f)

 

 

 

 

 

Angela Inama (f)

 

 

 

 

 

 

 

 

Maria Tavonatti (v)

 

 

 

 

 

 

 

Arcangelo Inama (f)

 

 

 

 

 

 

 

Carlo Inama (f) (a)

 

 

 

 

 

§ di Sanzeno

 

 

* Per gli anni 1554, 1620 e 1670 le persone non sono quelle effettivamente presenti, ma solo quelle di cui si è avuta contezza. Il nominativo sottolineato corrisponde al capofamiglia. Le seguenti abbreviazioni indicano i rapporti di parentela con il nome sottolineato: m sta per moglie, f. per figlio/a, fr per fratello, S per sorella, v per vedovo/a, p per padre, M per madre, s per suocero/a, n per nipote, z per zio, N per nuora e c per cognato/a. Per il 1780, i nomi dei proprietari provengono dal Catasto teresiano  presso l’A.S.T. Per il 1921 si è preso in considerazione il censimento di tale anno presso l’A.C.D.  Inoltre, e solo per questo anno, sono state evidenziate le persone assenti con la lettera a. Per gli anni rimanenti i nomi dei capifamiglia e/o il numero degli occupanti la casa, sono stati desunti da vari documenti consultati presso A.C.D., A.P.T. e A.D.T. Per l'anno 1620 non si ha la certezza matematica che le persone elencate siano quelle effettivamente presenti.


[1] L'arco era ancora esistente agli inizi degli anni Cinquanta del secolo scorso e si può intravedere in una foto dell'epoca.

[2] Il primo libro di registrazione dei morti per la pieve di Taio inizia con l’anno 1612, e dopo tale data non risulta che a Dermulo fosse morto un Barbacovi.

[3] Per completezza va ricordato che esisteva un altro Antonio Mendini cronologicamente compatibile con il confinante del 1588, ossia Antonio IV. Di lui conosciamo la paternità, essendo figlio di Giacomo, mentre resta ignota quella del nonno, che ho ipotizzato potesse essere Romedio, fratello di Mendino. In tal caso, tornando alla vendita della casa di Mendino effettuata dal presunto nonno Romedio Mendini a favore di Romedio Barbacovi, si potrebbe supporre che l’alienazione non riguardasse l’intero edificio, ma solo una sua parte, con il mantenimento di una porzione da parte di Romedio. In alternativa, proseguendo sul piano delle congetture, la casa n. 22 potrebbe essere stata già suddivisa in tre unità abitative, con la parte meridionale occupata congiuntamente dai fratelli Mendino e Romedio.

[4] Si riporta qui l'elenco di quanto preteso dai Massenza subentrati ai Mendini nella conduzione del maso Panizza: "I Massenza dovranno corrispondere ogni anno il giorno di San Michele o sua ottava 16 Stari di frumento, 16  Stari di segala, 5 Stari di legumi, 4 Stari di milio, 4 Stari di panizzo, 2 Stari di formentone, 3 Stari di spelta ovvero avena. Il vino e il brascato sarà per metà del conduttore. Ogni anno i locatori dovranno comperare le scandole e metterle in opera su detta casa e siano tenuti a governare il cavallo del signor. locatore quando viene a Taio. Gli affitalini sono tenuti ogni anno a fare al locatore due cariaggi da Taio a Seio. E in questi 5 anni un cariaggio da Taio a Trento. In più fornire un pollastro".

[5] Sono riuscito a identificare il primo avvolto, che nella seconda permuta era descritto ad uso stalla, con quello interno assegnato nel 1903 alla porzione 3. La cantina, invece, era collocata sul lato sud-est della casa e, grazie all’indicazione del confine con la “strada comune”, può essere identificata con il locale che nel 1903 apparteneva alla porzione 2, allora di Silvestro Inama fu Giacomo e successivamente, dal 1918, ai fratelli Arcangelo e Carlo, figli del fu Silvestro.
L’
avvolto crollato situato a sud della casa, confinante su tre lati con Nicolò Mendini e su uno con il cimitero, e posseduto nel 1683 da Simone e Pietro Mendini, non è invece identificabile con quello pervenuto ai Panizza. 

Case  Mappa delle case  Introduzione  Foto della Casa n. 22  Schema della Casa n. 22

 

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