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Questo caseggiato era in passato raccordato alla vicina
casa n. 3 tramite un
arco in pietra, circostanza che lascia presumere l’esistenza di un legame di
parentela tra gli antichi proprietari dei due edifici. La stradina
perpendicolare all’Androna era in realtà un cortile di proprietà comune delle
due case prospicienti; non è chiaro per quale motivo, in un momento successivo,
essa risulti parzialmente di proprietà comunale, considerando che ancora nel
1860 era attestata come bene privato.
È verosimile che la costruzione originaria del caseggiato si limitasse
alla sola casa n. 5 e che l’attuale casa n. 6 sia stata edificata e
addossata ad essa in un secondo momento. L’aspetto della futura casa n.
6 non doveva corrispondere a
quello attuale, poiché la parte “alta”, verso la strada statale, venne
aggiunta negli anni Sessanta del Novecento in occasione di una
ristrutturazione eseguita dalla famiglia Pante. L’aspetto originario
dell’edificio è in parte intuibile osservando la fotografia qui a
fianco, scattata dalla località
Risola
verso la fine degli anni Cinquanta del Novecento.
Un documento del 1554 consente inoltre di comprendere che la parte
iniziale del cortile prospiciente l’Androna
apparteneva agli eredi di
Simone Pret,
proprietari della vicina Porzione E della
casa n. 2-3;
attraverso tale area, tuttavia, era riconosciuto il diritto di passaggio
ai membri della
famiglia Inama
per raggiungere le loro abitazioni. Se si può ragionevolmente ritenere
che la casa n. 2-3 fosse prerogativa degli Inama, più complesso è stato
stabilire che la famiglia detenesse anche proprietà nella casa n. 5-6.
Un primo indizio emerge dall’osservazione del terreno denominato
Sora le Case,
situato a brevissima distanza dalla casa n. 5-6, che nella seconda metà
del Cinquecento risulta appartenere a Ercole Inama. Con ogni
probabilità, in precedenza il fondo era stato del padre Gaspare e,
forse, anche del nonno Marino, suggerendo che l’intera zona fosse di
pertinenza della famiglia Inama. Non a caso, negli anni successivi il
terreno seguì le vicende dei proprietari della
casa n.1,
dapprima i Chilovi e poi i Guelmi.
Alla luce di tali elementi, è plausibile ipotizzare che la casa n. 5
appartenesse e fosse abitata da un membro della famiglia Inama,
verosimilmente Gregorio (Rigolo II), figlio di Vigilio I. Questa ipotesi
trova un ulteriore riscontro indiretto in un documento di vendita, dal
quale risulta che intorno al 1550 Giovanni Mendini acquistò una casa
proprio dal suddetto Gregorio Inama.
Da Giovanni Mendini la casa passò al figlio Gregorio, mentre gli altri
due figli, Romedio e Mendino, continuarono ad abitare nell’antica casa
dei
Mendini,
corrispondente alla futura
casa n. 22.
Gregorio Mendini ebbe un’unica figlia, Anna, che sposò Leonardo Endrizzi
di Don. La porzione di casa già appartenuta a Gregorio passò quindi alla
figlia Anna e, con ogni probabilità, successivamente al figlio
Gregorio Endrizzi,
il quale vi avrebbe abitato dopo il trasferimento da Don a Dermulo.
I beni di Gregorio Mendini a Dermulo pervennero infatti alla figlia Anna
e da questa al figlio Gregorio. Per un terreno a Cambiel è possibile
ricostruire documentalmente tale passaggio: nel 1594 esso risulta
appartenere agli eredi di Gregorio Mendini, mentre nel 1617 è attestato
come proprietà di Gregorio Endrizzi di Don, residente a Dermulo. È
verosimile che un analogo trasferimento patrimoniale sia avvenuto anche
per la casa.
Quanto esposto fin qui rimane tuttavia nel campo delle ipotesi che,
sebbene plausibili e coerenti con le fonti indirette disponibili, non
trovano al momento un diretto supporto documentario.
LA CASA NEL SETTECENTO
Per disporre delle prime notizie certe relative alla
casa è necessario attendere il 1726, anno in cui, con l’appellativo
alla Catuzza, essa risulta
fosse appartenuta a
Gregorio Endrizzi, nipote del
primo Gregorio. Il termine
Catuzza, diminutivo di
Caterina, è con ogni probabilità riferito alla seconda moglie di
Gregorio, Caterina Bertoldi. E' plausibile che quest'ultima si fosse
trasferita in questa casa solamente dopo essere stata lasciata vedova
dal marito, per assecondare le esigenze abitative
nella futura casa
n. 4, del figliastro
Giovanni.
In esecuzione delle disposizioni testamentarie di Gregorio Endrizzi, nel
1726 Lucia Refatti (vedova di Enrico Endrizzi) e Gregorio Endrizzi IV
assegnarono a
Massenzia e al coniuge
Antonio
una porzione della casa "alla Catuzza". Il conferimento dell'immobile
fungeva da compensazione per la dote paterna di 100 ragnesi
originariamente prevista dal defunto.
Questa assegnazione conferma che l'abitazione era stata in possesso di
Gregorio Endrizzi II e che, dopo la sua morte, la porzione destinata a
Massenzia era pervenuta ai figli Enrico e Giovanni. Poiché nel 1726
entrambi erano già defunti, la titolarità era passata rispettivamente
alla vedova Lucia Refatti e al figlio Gregorio IV, fautori del
trasferimento. Dalla descrizione dei confini della casa apprendiamo che
a est confinava con le proprietà dei
Guelmi, a sud
con
Giovanni Giacomo Inama,
a ovest con gli eredi di
Giorgio Tamè e a
nord con la strada consortale. Tra i confinanti l'unico a presentare
qualche perplessità è
Giovanni Giacomo
Inama, il quale non risiedeva nelle immediate
vicinanze, abitando nella casa
n. 26-27. Ritengo quindi che con tale
confine si intendesse in realtà la dirimpettaia casa
n. 3, con le cort e i
cortili della sua parte sud-orientale, nonché una porzione della
confinante casa n. 4. A sostegno di questa interpretazione, si osserva
che nel 1705, in occasione della divisione dell’eredità del sacerdote
Vittore Inama, fratello
di
Ottavio e di
Giovanni Giacomo, questi ultimi figurano come confinanti
della casa
n. 2-3 sul lato sud. Giovanni Giacomo non
poteva essere nemmeno figlio di Ottavio Inama, poiché quest’ultimo era
ancora in vita; se fosse stato altrimenti, il confine sarebbe stato
indicato a nome del padre.
Le proprietà Guelmi si riferivano al terreno che circondava le
pertinenze della casa 5-6.
Il confine riferito agli eredi di
Giorgio Tamè, invece era
costituito da una porzione di casa. Ritengo verosimile che
Giorgio Tamè avesse
acquisito la casa da uno dei figli di Gregorio Endrizzi II,
plausibilmente Leonardo (1675-1703), o più probabile dai suoi eredi,
poco prima
del 1710, quando, in seguito al matrimonio, aveva lasciato la
casa paterna nel colomello al Castel. Tuttavia Giorgio vi
abitò per breve tempo: come masadore lasciò Dermulo e, colto dalla
morte, non vi fece più ritorno. Solo dopo il 1718 ritornarono a Dermulo
il figlio Vittore e la madre Margherita che dovettero abitare, o
quantomeno possedere, la loro casa fino circa al 1747, anno in cui
Vittore la permutò con una porzione della futura casa
n. 4, allora in possesso di
Gregorio Endrizzi.
La casa — individuabile nella porzione più meridionale — consisteva in
un revolto a basso con cortile e orto, una cucina sovrastante, con
anditi fino all’aria, successivamente incorporati nella casa della
vedova
Massenzia, moglie di
Antonio Endrizzi.
I confini di quest’ultima risultano essere: la stessa vedova, la via
consortale, i beni di Castel Bragher e gli eredi di Ottavio Inama.
Poiché la casa di
Gregorio
Endrizzi fu giudicata di maggior valore,
Vittore Tamè
dovette corrispondere un conguaglio di 35 ragnesi.
A seguito di tale permuta, Gregorio Endrizzi e la sua famiglia entrarono
in possesso della parte sud della futura casa n. 5. Gregorio, tuttavia,
non poté goderne a lungo, poiché morì nel 1749. Nel 1750 alla vedova
Domenica furono assegnati alcuni beni del marito, in considerazione
della dote da lei portata, pari a 220 ragnesi. Tra questi figurava una
porzione della futura casa n. 5, coincidente — per descrizione — con la
precedente casa che fu di
Giorgio Tamè:
a basso un revolto con cortile, in alto un altro revolto
con andito, coperto fino all’aria. Non vi è menzione dell’orto, che
rimase invece nella disponibilità della casa n. 4.
Nel medesimo periodo Domenica vendette questa piccola porzione di casa a
Margherita, vedova di Giovanni
Mendini. In un atto di compravendita del 1752, Margherita risulta
infatti confinante sul lato nord di un orto.
Alla morte di Margherita, avvenuta nel 1759, e dopo quella del figlio
Bartolomeo Mendini
circa cinque anni più tardi, quest’ultimo divenne unico proprietario
della modesta abitazione, avendo acquistato anche la quota del fratello
Giovanni.
La porzione viene descritta come incorporata nella casa dei fratelli
Andrea e
Giacomo Endrizzi e costituita da due revolti con
coperto, andito e cortile.
Dopo il 1764 nei documenti non si trova più menzione né di tale porzione
né del suo proprietario
Bartolomeo Mendini.
È tuttavia certo che essa venne ceduta tra il 1764 e il 1780 dallo
stesso Bartolomeo a
Giacomo, figlio del fu
Antonio Endrizzi.
Massenzia
visse con la propria famiglia (e con la madre Caterina che morì
nel 1735) nella casa assegnatale dai parenti fino al 1755, anno della
sua morte, mentre il marito
Antonio
era già deceduto nel 1736. Intorno al 1770 la casa risultava quindi
interamente di proprietà dei figli della coppia —
Silvestro,
Andrea
e
Giacomo
— che occupavano rispettivamente la parte nord, la parte centrale e la
parte sud dell’edificio.
Nel 1773
Andrea
si accordò con il fratello
Silvestro,
muratore, per la sistemazione della propria abitazione, cedendogli in
compenso un orto vicino.
Andrea, che
risiedeva a Taio, pur essendo certamente possessore di una porzione
della casa, non compare nel catasto teresiano. In esso figurano invece
solo
Silvestro
e
Giacomo,
con superfici rispettivamente di 6 e 33 pertiche. È presumibile che dopo
il 1790 Giacomo abbia acquistato la quota di Andrea dai suoi eredi.
Nel 1779
Silvestro
garantì la dote della moglie Maria Fior Biasi sulla propria porzione di
casa; tale assicurazione fu rinnovata nel 1798, indicando i seguenti
confini: i Guelmi di Scanna, Giacomo Endrizzi fratello e i figli,
gli eredi di Andrea Endrizzi, fu altro fratello, e il comune. Nel
1800, alla morte di Maria Fior, la casa divenne — sempre per
assicurazione dotale — proprietà di Orsola Lucchini, moglie di
Giovanni
Endrizzi.
Nel 1805, in seguito alla morte di Silvestro e alla sua situazione
debitoria, una parte della casa fu posta all’asta e acquisita dal notaio
Carlo Tomazzoli di Cles. Nel 1810
Giovanni
figlio del fu
Silvestro,
riuscì a ricomprare l’abitazione per la somma di 61 fiorini e 12
carantani; essa rimase poi in possesso dei suoi discendenti fino agli
anni Quaranta del Novecento.
LA CASA NELL'OTTOCENTO
A causa di gravi difficoltà finanziarie derivanti da
debiti contratti con il negoziante
Giacomo Mendini, con Francesco Chilovi di Taio e con i
fratelli Miller di Cles,
Giacomo Endrizzi
(fratello di Silvestro) fu costretto ad alienare la propria casa.
Intorno al 1817, il figlio
Antonio
tentò di recuperare l'immobile, sebbene fosse ormai quasi interamente in
mano ai creditori: lo riacquistò in parte da Caterina Endrizzi e dal
marito Antonio Torresani, e in parte da Francesco Miller. Tuttavia,
nello stesso anno, consapevole dell'impossibilità di risanare la
posizione,
Antonio
vendette la proprietà a
Matteo Mendini per 80 fiorini. Poiché tale somma era
dovuta dall’Endrizzi a Francesco Miller, il Mendini si impegnò
formalmente a versarla direttamente a quest'ultimo.
Verso il 1822,
Matteo Mendini vendette la casa ad
Antonio Inama
(fu Giovanni Francesco), riservando per sé una cantina di circa 6
pertiche. Il locale, situato sul lato ovest dell'edificio, si affacciava
sulla
casa n. 3, dove lo stesso Mendini
risiedeva. Alla morte di Matteo, avvenuta nel 1832, la cantina passò
alla figlia Maria; la descrizione dei confini dell'epoca permette di
collocare con precisione l'ambiente nell'angolo nord-ovest del
fabbricato.
Nel 1824,
Antonio Inama
intestò la casa alla moglie Elisabetta Parolini a garanzia della dote di
300 fiorini. Alla scomparsa di Elisabetta nel 1840, la proprietà fu
ereditata per metà dal marito e per la restante quota dai figli
Giovanni,
Giuseppe,
Anna,
Maria e
Francesca.
Nel 1856, Antonio Inama ampliò le pertinenze acquistando da don Carlo
Martini di Taio un terreno vicino, tra la nuova strada di concorrenza e
la casa n. 5. In quell'occasione, il venditore si riservò il diritto di
passaggio (a piedi, con animali e carri) per raggiungere la propria
abitazione a Dermulo tramite il portico di
Giovanni Endrizzi;
l'acquirente si impegnò quindi a costruire una strada agricola, dando
origine al passaggio ancora oggi noto come Porteget.
Nel 1861, la proprietà risultava divisa: la porzione sud apparteneva a
Giovanni Inama,
mentre quella nord era occupata dal cugino
Baldassarre. È probabile che quest’ultimo ne fosse
divenuto proprietario nel 1857, acquisendo la quota spettante a
Giuseppe Inama (figlio di
Antonio), il quale si era nel frattempo trasferito nella
casa n. 26,
ex proprietà dello zio Pietro.
Sempre nel 1861,
Giacomo Endrizzi,
residente nel
colomello al Castel,
effettuò una permuta con
Giovanni Inama:
Giacomo ottenne la casa n. 5 in cambio del
civico n. 11. L'atto
descrive dettagliatamente l'immobile: a piano
terra cantina e stalla con soffitti ad avvolto e portico comune
con Baldassarre Inama; al secondo piano
il somasso (atrio) comune, stufa e cucina; al
terzo piano una camera, soffitte (stradulli) e tetto. Scala e
sterquilinio
erano in comune tra i due proprietari.
Nel complesso la casa confinava: 1 - 4
Baldassarre Inama, 2
eredi Tamè e don Carlo Martini e 3 la strada consortale.
L'operazione includeva un piccolo orto (cui
1 Strada commerciale, 2 - 3 Martini, 4
Giovanni Endrizzi), per un valore totale di 270 fiorini
abusivi, con l'assenso del padre Antonio. Tuttavia, nel 1888, per
ragioni ignote, la permuta venne annullata e le proprietà tornarono ai
rispettivi titolari originari.
Nel 1899,
Giovanni
assegnò la sua porzione del civico n. 5 ai figli
Giuseppe,
Daniele e
Beniamino; quest'ultimo ne divenne poi l'unico
proprietario e le sue nipoti, Eda e Anna, furono le ultime esponenti
della famiglia Inama a possedere l'immobile. La parte di
Baldassarre
passò invece ai figli
Felice e
Emmanuele (che nel 1921 disponevano
rispettivamente di 3 e 2 stanze) per poi essere acquistata da
Lino Inama
intorno al 1930. Si nota che, durante la gestione di Antonio e Giovanni
Inama, la casa fu quasi costantemente gravata da ipoteche, a causa della
loro intensa attività nel commercio di terreni e bestiame.
Per quanto riguarda la quota di
Silvestro
Endrizzi (figlio di
Antonio
e
Massenzia), identificabile con la casa n. 6, essa rimase stabilmente ai
discendenti. Nel 1779, l'immobile fu vincolato alla dote di Maria Fior
Biasi, moglie di Silvestro.
In tale occasione furono
enunciati i confini che erano i seguenti: da mattina
Andrea
fratello ossia via consortale, mezzodì detto
Andrea, sera pure e settentrione
piazzola comune. La proprietà passò di padre in figlio
attraverso due generazioni di Giovanni Endrizzi, fino a
Natale Endrizzi,
che ne ottenne la piena titolarità nel 1883. Dopo la sua morte (1920),
gli eredi Nicolò, Leone, Giuseppina, Maria e Anna furono gli ultimi
della famiglia ad abitarvi. Nel 1921 la casa era locata a
Dionigio Tamè
e, nel 1960, fu infine venduta alla famiglia Pante, originaria di Lamon,
che vi risiedeva già da tempo.
Un dettaglio curioso riguarda l'affitto, a partire dal 1914, di una
stanza al Comune di Dermulo come sede della Cancelleria, per un canone
di 40 corone annue versate a
Caterina Endrizzi. Oggi la porzione nord
dell'edificio appare profondamente mutata a causa di un soprelevamento e
dell'aggiunta di una struttura in cemento ad uso deposito di
materiali ferrosi realizzati
negli anni Sessanta.
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PERSONE EFFETTIVAMENTE PRESENTI NELLA CASA
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Anno 1550
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Anno 1620
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Anno 1670
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Anno 1710
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Anno 1780
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Anno 1830
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Anno 1880
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Anno 1921
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Gregorio Mendini
|
Gregorio
Endrizzi
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Massenzia ved. Endrizzi
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disabitata
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Giacomo Endrizzi
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casa 5 |
casa 5 |
casa 5 |
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N.N. (m)
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Margherita N. (m) |
Giovanni Endrizzi (f)
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M.Anna Widmann (m)
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Antonio Inama
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Giovanni Inama
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Felice Inama
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Anna Mendini (f) |
Leonardo Endrizzi (f) |
Caterina Endrizzi (f) |
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Giacomo Endrizzi (f)
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Elisabetta Parolini (m)
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Basilia Calliari (m)
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Elena Poloni (m)
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Maria Endrizzi (f) |
Lucia Endrizzi (f) |
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Massenzia Endrizzi (f) |
Francesca Inama (f)
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Beniamino Inama (f)
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Irene Inama (f)
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Margherita Endrizzi (f) |
Leonardo Endrizzi (c)
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Giuseppe Inama (f)
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Giovanna Inama (f)
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Enrico Endrizzi (f) |
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Silvestro Endrizzi
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Giovanni Inama (f)
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Daniele Inama
(f)
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Emanuele Inama
(v)
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Maria Biasi (m)
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Anna Inama
(f)
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Giuseppe Inama (f)
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Ester Inama (f) (a)
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Massenzia Endrizzi (f) |
Filippo Inama (f)
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Carolina Inama (f)
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Giovanni Endrizzi (f)
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Maria Inama (f)
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Maria Luigia Inama (f)
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Beniamino Inama (a)
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Giacomo Endrizzi (f)
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N. Inama (f)?
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Filomena Inama (m)
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Baldassare Inama
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Maria Inama (f)
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casa 6 |
Marianna Bonadiman (m)
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Lino Inama (f)
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Giovanni Endrizzi
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Augusto Inama (f)
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Onorina Inama (f)
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M.Teresa Endrizzi (S)
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Felice Inama (f)
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Emanuele Inama (f)
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casa 6 |
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Dionigio Tamè
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casa 6 |
Oliva Ziller (m)
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Natale Endrizzi
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Silvia Tamè
(f)
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Caterina Bertagnolli (m)
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Vigilio Tamè (f)
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Anna Endrizzi (f)
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Giuseppe Tamè
(f)
(a)
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Giovanni Endrizzi (p)
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Maria Tamè (f)
(a)
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Nicolò Endrizzi (fr)
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Agostino Tamè (f)
(a)
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* Per gli anni 1550, 1620 e 1670 le persone non sono
quelle effettivamente presenti ma solo quelle di cui si è avuta contezza.
Il nominativo
sottolineato corrisponde al capofamiglia. Le seguenti abbreviazioni indicano
i rapporti di parentela con il nome sottolineato:
m sta per moglie,
f. per figlio/a,
fr per fratello, S
per sorella, v per
vedovo/a,
p per padre,
M per madre, s
per suocero/a, n per
nipote,
z per zio,
N
per nuora e c per
cognato/a. Per il 1780, i nomi dei proprietari provengono dal
Catasto teresiano
presso l'A.S.T.
Per il 1921 si ਠpreso in considerazione il censimento di tale anno presso l'A.C.D.
Inoltre, e solo per questo anno, sono state evidenziate le persone assenti con
la lettera a. Per
gli anni rimanenti i nomi dei capifamiglia e/o il numero degli occupanti la
casa, sono stati desunti da vari documenti consultati presso
A.C.D.,
A.P.T. e
A.D.T. |
L'orto
che proveniva dalla permuta con Vittore Tamè, era in possesso delle due
sorelle Domenica e Lucia figlie di Domenica e del fu Gregorio Endrizzi,
e fu ceduto al Cancelliere Giorgio Matteo Widmann per estinguere dei
debiti del padre Gregorio. Nel 1754 il cancelliere Widmann, lo concedeva
in locazione perpetuale a Vittore Tamè, che poi affrancandosi, ritornava
quindi in possesso dell'orto che fu già di suo padre Giorgio.
|