|
In questa pagina ho preso in esame alcune persone che
abitarono a Dermulo in epoche molto antiche e la cui collocazione genealogica
rimane incerta. Di conseguenza è stato possibile sviluppare solo in parte la
loro genealogia, sia a monte sia a valle, salvo qualche eccezione. La scarsa
disponibilità di documenti del XIII e XIV secolo e il ridotto numero di nomi in
essi presenti hanno inevitabilmente comportato una ricostruzione incompleta
delle loro discendenze.
Dòmino (o Domìno?) è un raro nome medievale derivato da Domenico. Il
personaggio compare in un
documento del 1275
dove, assieme a Giorgio e Mazono, fu scelto come persona informata per la
redazione dell’elenco dei beni dell’episcopio di Trento situati a Dermulo.
Le numerose citazioni che lo riguardano, come possessore o confinante,
rivelano una certa rilevanza sociale all’interno della comunità.
Anche Mazono compare nel
documento del 1275
e, come Dòmino, era stato scelto per compilare l’elenco dei beni vescovili a
Dermulo. Il frequente riscontro del suo nome — come possessore o confinante
— testimonia l’importanza sociale che rivestiva nella comunità.
La breve ipotesi genealogica riguardante Viviano, residente a Gardolo nel
1291, si basa esclusivamente su considerazioni onomastiche. Il nome
Viviano compare infatti in due
documenti del
1218 e del 1220. Nel primo
è citato come il già defunto padre di Giacomino, Alberto e Giordano; nel
secondo risulta invece ancora vivente e indicato come figlio del fu Martino
de Solado.
|
||||||||||||||||||||||
|
"Viviano zestario q fuit d armulo", come appare nel documento redatto a Trento il 9 dicembre 1291 (APV sez. Latina Capsa 64 n. 102)
Bonamico, figlio del fu Benedetto di Campo, compare per la prima volta a
Dermulo nel 1346, nella pergamena
contenente la regola della comunità del luogo, nella quale è menzionato
anche il figlio Nicolò. Solo grazie al documento del
Gafforio del 1387, che cita
Feltrino figlio di Nicolò, si comprende però il motivo della presenza di
Bonamico — o forse già del padre Benedetto — a Dermulo. Tale motivo è da
ricercare nel contratto di locazione stipulato per la conduzione del
maso vescovile dei Casali.
![]() "feltrinus q. nycolai q. bonamigi de armulo" come appare nel documento del 1387 (APV sez. Latina Capsa 28 n. 27) LA DISCENDENZA DI STEFANO DETTO DUCA
L’esistenza di Stefano, soprannominato
Duca, è attestata in un documento del 1425 conservato nell’Archivio di
Castel Bragher e riportato da don Endrici nel volume
Coredo nell’Anaunia. A pagina 107
l’autore cita infatti: «Odorico detto
anche figlio del fu Stefano abitante a Dermulo». La parola
anche va interpretata come
Duca: è dunque con questo cognome o
soprannome — in seguito usato nel diminutivo
Ducat o
Dassat — che i discendenti di
Stefano verranno identificati.
![]() ![]() "Antonio fillio odorici fillii dicti duce de ermulo" come appare nel documento redatto a Taio il 18 maggio1437. (Arch. Castel Bragher) ![]() "Antonio q. odorici dicti ducis de Armulo" come appare nel documento redatto a Dermulo il 29 giugno 1438. (AP Tres) ![]() "Bartolomeo dicto dussat de ermulo habitatore coredi" come appare nel documento redatto a Castel Bragher il 26 agosto 1482. (Arch. Castel Bragher)
I Frisoni succedettero ai Duca nella conduzione del
maso dei Casali. Il primo membro della famiglia attestato a Dermulo è
Nicolò, che nel 1490 ricevette il rinnovo dell’investitura del maso. Poiché
si trattava di un rinnovo, il documento precedente doveva risalire a circa
vent’anni prima, dunque intorno al 1472, anno della transizione dalla
gestione di Bartolomeo Duca.
Bonacorso I, attestato come vivente nel 1275,
è da considerarsi il capostipite della breve discendenza che risiedette a
Dermulo. Egli generò due figli, documentati nel 1346: Resto e Nicolò,
quest’ultimo soprannominato Pagnono. A loro volta i due fratelli ebbero
almeno due figli, entrambi di nome Bonaccorso — come il presunto nonno —
anch’essi attestati nel 1346. Nello stesso
documento compare un Giacomo, figlio del fu
Pagnono, circostanza che permette di identificare il soprannome “Pagnono”
con il già defunto Nicolò.
"Bonacursio qd. Nicolai de Armulo", come appare nel documento redatto a Mollaro il 25 ottobre 1355. (Arch. Castel Bragher)
Bonaconta, o Bonazunta, è considerato il capostipite di tutti gli Inama attualmente viventi. Ad oggi egli risulta già deceduto in due distinti documenti: uno del 1346 e l’altro del 1387.[2] Hanns Inama-Sternegg, non trovando collegamenti genealogici anteriori, ipotizzò che Bonaconta potesse coincidere con un omonimo residente a Tres tra il 1288 e il 1292. Su questa ipotesi, seppur plausibile, nutro alcuni dubbi: la mancanza di riferimenti nel registro del 1275 e il numero esiguo di nomi nel documento del 1294 non consentono infatti di escludere, come invece affermato dall’Inama-Sternegg, un’origine autoctona della famiglia. Considerando inoltre la frequente ricorrenza del nome Nicolò nella discendenza, si potrebbe supporre che il padre di Bonaconta fosse proprio il Nicolò menzionato nel documento del 1275.
Di Bonaconta sono noti quattro figli: Innama, Delaito, Francesco Simeone e
Bagoto. Dei primi tre si ha riscontro sia nella
regola del 1346 (“Innama fu
Bonaconta”, “Delaito suo fratello”, “Francesco Simeone fu Bonaconta”) sia
nel gafforio del 1387 (“Innama,
Delaito, Symeon”); inoltre, nel 1387 compare anche un certo Bagoto,
anch’egli figlio del fu Bonaconta. Il primo generò una vasta progenie, diffusa sia in valle sia oltre i suoi confini. In questa ricerca ho considerato soltanto la linea dermulana, approfondendo in particolare un ramo della famiglia di Fondo che mantenne interessi a Dermulo.
Delaito, documentato anche nel 1357 come il già defunto padre di Nicolò,
ebbe un altro figlio di nome Francesco, del quale però non si hanno
ulteriori attestazioni. La sequenza genealogica accertata nel 1446 — con
Margherita, figlia di Nicolò, a sua volta figlio di un Delaito — permette di
ipotizzare un legame con il Nicolò vivente nel 1357, ossia che quest’ultimo
fosse figlio di Delaito. Nel documento Nicolò è soprannominato “barba coo”,
cioè “zio Nicolò” (oppure “Nicolò dalla barba”), figlio del fu Delaito di
Dermulo. Questa citazione si è rivelata particolarmente significativa anche
per la ricostruzione della genealogia dei
Barbacovi, illustrata più avanti.
"nicolaum q. delaiti de armulo", come appare nel documento redatto a Castel Bragher il 26 febbraio 1357. (Arch. Castel Bragher)
"Juliana...delaytus eius fr...Simeon ..", come appare nel documento del 1387.(APV sez. Latina Capsa 28 n. 27)
"heredes q delayti de armulo", come appare nel documento redatto a Coredo il 10 agosto 1444. (Arch. Castel Bragher)
"honesta nuuros donna Malgarita fillia ac heredes olim nicholay dictus barba coy fillius ac heredes olim Ser delayti de armulo", come appare nel documento rogato a Taio il 21 agosto 1446 (Arch. Thun Decin)
LA DISCENDENZA DI ANTONIO INAMA DI FONDO Parte della discendenza di Antonio fu Inama, trasferitosi a Fondo intorno al 1475, riveste per noi un interesse particolare, poiché un ramo della famiglia possedeva già allora a Dermulo una casa e alcuni terreni. Il maso rimase proprietà dei discendenti di Antonio per circa quattro secoli, fino alla sua alienazione, avvenuta nel 1849, all’ultimo masadore, Romedio Emer. In questa sede mi limito a presentare la tavola genealogica dei discendenti di Antonio; per ulteriori informazioni sui possessi della famiglia Inama di Fondo nel territorio di Dermulo si veda “Il maso Inama di Fondo”
L’ascendenza del capostipite delle famiglie Pilati va ricercata nel paese di Dermulo, dove, verso la metà del Duecento, viveva il progenitore certo di quel Nicolò detto Pilato, che si trasferì a Tassullo intorno al 1370. Questo antenato, di nome Martino, risulta già defunto nel 1294, ma probabilmente lo era anche nel 1275, poiché nei documenti di quell’anno compare suo figlio Negro, detto Segalla. Nel 1275, infatti, nell’elenco dei beni vescovili a Dermulo, “Segala” è indicato come confinante di un terreno in località Saldato; si tratta dell’unica occorrenza nel documento. Solo grazie alla possibilità di consultare il gafforio del 1387 si è potuto chiarire che Segala e Negro erano la stessa persona, e che “Segala” era dunque un soprannome. In quel documento compaiono infatti tre nominativi disposti in modo rivelatore: Vender q. Negri dicti Segale, Muletus q. Nigri e Avancius q. Segale. Ne deriva che i tre fratelli Vender, Muleto e Avancio erano figli di Negro detto Segala. I medesimi tre fratelli risultano anche nel documento del 1346 come figli di Negro, sebbene senza il soprannome. Nel documento del 1294, inoltre, figura tra i testimoni un “Segalla figlio del fu Martino”, confermando così che Segalla era il soprannome personale di Negro. Per quanto riguarda la discendenza di Negro, la figura più rilevante e documentata è quella di Nicolò, figlio di Avancio, che verso il 1370 si stabilì a Tassullo. Con ogni probabilità il trasferimento fu motivato da un matrimonio con un’ereditiera del luogo. In ogni caso, il prestigio sociale di Nicolò crebbe rapidamente, tanto che i Pilati, nel giro di pochi anni, divennero una delle famiglie più importanti delle Quattro Ville.
Per ulteriori informazioni sui Pilati si veda l’albero
genealogico
di Tullio Corradini.
Il nome, piuttosto particolare, del capostipite Savorito ha permesso di ricostruire tre generazioni della famiglia e, fatto raro per l’epoca, di conoscere anche il nome di alcune figure femminili. In particolare, sono giunti fino a noi i nomi di Flordebella, madre di Savorito I, e di Anna, moglie di Nicolò. Di Savorito I possediamo due attestazioni. La prima risale al 1343: in un documento dell’archivio parrocchiale di Coredo relativo alla locazione di un terreno a Dermulo, egli compare tra i confinanti ed è identificato come figlio di Flordebella. La seconda testimonianza proviene dal documento del 1346, in cui è citato Saporito Tarando, figlio del vivente Savorito. Un’ulteriore informazione interessante emerge dai rogiti del notaio Tomeo di Tuenno: in un atto redatto a Taio nel 1374 si riporta che il maestro carpentiere Michele fu Enrico di Tavon ricevette da Anna, vedova di Nicolò fu Saporito di Dermulo, una somma a saldo per la costruzione della casa della stessa Anna. In questo documento il nome Nicolò è scritto in una delle forme abbreviate allora comuni, ossia Choo. La casa di Anna, purtroppo, oggi non è identificabile, ma si può supporre che fosse abitata dai suoi discendenti almeno fino a poco dopo la metà del Quattrocento. Dopo Nicolò si apre un vuoto documentale che impedisce di affermare con assoluta certezza che il suo successore fosse Giovanni. Quest’ultimo è comunque attestato nel 1446 come già defunto e padre di Savorito II, circostanza che, anche dal punto di vista onomastico, indica un legame indubbio con Nicolò fu Saporito. Un Giovanni — forse proprio il padre di Savorito II — compare inoltre nel 1438 come possessore di un terreno a Dermulo, presso il quale venne redatto un atto; tuttavia, al posto dell’indicazione del suo defunto genitore compaiono dei puntini di sospensione. Per quanto riguarda la casa menzionata, poiché con Savorito II la discendenza risulta estinta, è plausibile che l’immobile sia passato a una delle famiglie di Dermulo. Le acquisizioni più consistenti in quel periodo furono certamente quelle degli Inama, che già anticamente possedevano le case n. 26 e 27 e che nel Cinquecento avevano aggiunto alle loro proprietà le future case n. 1, 2-3, 4 e 5-6. È dunque possibile che una di queste ultime, forse la n. 5–6, fosse l’antica abitazione dei “Savoriti”. Altri possibili acquirenti sono i discendenti di Raimondino II († ca. 1430), in particolare Nascimbene II — o forse suo figlio Francesco — che in quel periodo sembra aver lasciato la casa n. 22 per stabilirsi nella futura n. 15, dando così origine alla nuova famiglia Massenza. Di conseguenza, anche la casa n. 15 potrebbe essere stata l’abitazione di Savorito II, ultimo discendente dei Savoriti.
"Savoritus fillius Flordebele de Armulo", come appare nel documento rogato a Coredo il 11 marzo 1343.(AP Coredo)
"Johannis q. ...", come appare nel documento redatto a Dermulo il 29 giugno 1438. (AP Tres)
"Savoritus q. Johnanis", come appare nel documento redatto a Taio il 7 luglio 1446. (AP di Tres)
Marco Benedetto Chini, nelle note a pagina 68 del suo libro Memorie della comunità di Segno e Torra e della vetusta parrocchia di S. Eusebio, afferma che i Barbacovi discenderebbero da «Antonio fu Raimondino detto Barbacou». Purtroppo il Chini non indica l’anno di riferimento né la fonte da cui avrebbe tratto tale informazione, che, alla luce dei documenti finora consultati, appare dubbia. Ad oggi non è infatti emersa alcuna attestazione storica di un Antonio fu Raimondino.[4] Sono invece ben noti Nascimbene, Gregorio e Nicolò, figli di Raimondino di Dermulo: i primi due rimasero a Dermulo, dando origine rispettivamente alle famiglie Massenza e Mendini, mentre Nicolò, verosimilmente in seguito al matrimonio, si trasferì a Taio. L’arrivo di Nicolò a Taio può essere collocato intorno al 1437, anno in cui compare per la prima volta come testimone in un atto redatto nella casa di Sigismondo Thun. Lo si ritrova anche nel 1439 come confinante di un terreno in località Albari, e nel 1446 come proprietario della casa presso la quale venne rogato un documento che, come si vedrà, potrebbe riguardarlo da vicino. In nessuno di questi atti Nicolò fu Raimondino compare associato al soprannome Barbacovi; tuttavia, in una pergamena del 1446, la venditrice di un terreno risulta essere una certa Margherita, figlia ed erede di un Nicolò detto Barba Coo (dal dialettale barba, “zio”, e coo, “Nicolò”, oppure “il Nicolò dalla barba”), a sua volta figlio ed erede del fu Delaito di Dermulo. Se questo documento fosse corretto, il padrone di casa Nicolò fu Raimondino non portava il soprannome Barbacoo, che invece apparteneva al defunto padre di Margherita. A questo punto il quadro si complica: la presenza di Margherita come unica venditrice farebbe supporre che fosse figlia unica e che il soprannome si fosse dunque estinto. Ciò non è però necessariamente vero, poiché il soprannome poteva passare alla famiglia del marito; tuttavia non sembra essere questo il caso, poiché Nicolò Cordini, consorte di Margherita, non risulta mai portare il soprannome Barbacoo. Se invece Margherita non fosse stata figlia unica, ma avesse avuto una sorella, e se la casa scelta per la redazione del documento non fosse casuale, ma appartenesse a Nicolò fu Raimondino, possibile cognato di Margherita, allora Nicolò potrebbe effettivamente aver ereditato il soprannome del suocero. Questa ipotesi, pur apparentemente azzardata, mi pare plausibile finché non emergerà una smentita documentaria. Dopo il 1446, la prima occorrenza del nome Barbacovi risale al 1450, quando nell’elenco dei multati dal massaro Antonio di Coredo compare un «Barbachous di Taio», sanzionato per 10 libbre. Tre anni dopo, nel 1453, il soprannome appare per la prima volta associato ad un nome proprio: un tale Nicolò detto Barbacovo, confinante di un terreno a Taio. Dopo il 1450 non si trova più nei documenti alcun riferimento a «Nicolò quondam Raimondini»: è dunque possibile che l’antica origine da Raimondino di Dermulo fosse stata ormai dimenticata, lasciando prevalere il soprannome Barbacou.
Ulteriori documenti riguardanti Nicolò si trovano nel 1468 — dove compare
due volte, come «Nicolò Barbacovi» e come «Nicolò detto Barbacou» — e in due
atti del 1481 e 1484, nei quali è già indicato come defunto. Tornando
all’«Antonio fu Raimondino detto Barbacou» citato dal Chini, concordo sulla
verosimiglianza della parte «fu Raimondino detto Barbacou», e sulla
discendenza dei Barbacovi da uno dei figli del fu Raimondino; ritengo invece
probabile che il nome «Antonio» sia frutto di un errore di lettura. Se al
suo posto vi fosse stato «Nicolò», il quadro sarebbe decisamente più
coerente. Un’altra possibilità è che tra «Antonio» e «fu Raimondino» fosse
presente il nome «Nicolò», dando luogo alla formula «Antonio fu Nicolò fu
Raimondino detto Barbacou». Romedio, figlio del fu Guglielmo fu Eblio Barbacovi, fu un personaggio di rilievo, ma — a differenza di molti suoi discendenti — non esercitò il notariato, pur lasciando alcune scritture autografe. Entrò nell’orbita dei signori di Castel Thun, per i quali curò la riscossione di affitti e decime nelle pertinenze di Denno. Compare in numerosi documenti tra il 1540 e il 1585, redatti in vari luoghi della Val di Non, nelle vesti di testimone, giurato, perito, tutore, locatario, ecc. Sono noti due suoi figli, Nicolò e Ferdinando, che nel 1588 furono chiamati a rispondere di alcuni debiti lasciati dal padre per un totale di 1.270 ragnesi, parte dei quali gravò sulla casa e su alcuni terreni di Dermulo. Il maggior creditore era un tale Francesco Ciurletta di Trento. Di Nicolò si sa poco: è menzionato in tre documenti e da una moglie sconosciuta ebbe una figlia, Fiore, che sposò intorno al 1587 Giacomo Berti, detto Cristini, di Tassullo. Non sembra abbia lasciato discendenza maschile.
Ferdinando, dopo gli studi giuridici, esercitò la professione notarile a
Dermulo dal 1559, proseguendo per una lunga carriera fino ai primi anni del
Seicento. Tra circa il 1573 e il 1596 risiedette a Castel Thun, dove redasse
e trascrisse atti per conto dei castellani, probabilmente grazie anche
all’intercessione paterna. Nei documenti si firmava quasi sempre «Ser
Ferdinando Barbacovi di Taio abitante a Dermulo» o, alternativamente, «Ser
Ferdinando Barbacovi di Taio». Morì intorno al 1610. L’unico figlio noto,
Giovanni Giacomo, anch’egli notaio, abitò per un periodo a Dermulo (forse
nella prima metà degli anni Novanta del Cinquecento) e in seguito per
qualche anno a Taio — in un documento del 1595, dove compare come testimone,
è definito infatti «di Dermulo abitante a Taio» — per poi trasferirsi
definitivamente a Tres. In un atto del 1597 da lui rogato compare come
testimone un certo Simone Barbacovi abitante a Tres, forse suo fratello; non
è quindi da escludere che anche Simone possa essere uno degli stipiti dei
Barbacovi di Tres. Numerosi atti di Giovanni Giacomo si conservano negli
archivi parrocchiali di Tres e nell’archivio di Castel Thun, che contiene
molte copie tratte dalle imbreviature paterne, segno che il rapporto
professionale con i Thun proseguì anche dopo la morte di Ferdinando.
Giovanni Giacomo sposò in prime nozze Barbara Frison di Coredo e, rimasto
vedovo, Caterina de Tuoni di Tres. Morì intorno al 1627; suo figlio Giovanni
Antonio continuò l’attività notarile. Non ho tuttavia reperito altri notai
suoi discendenti, e non posso affermare con certezza — pur ritenendolo
probabile — se Antonio Barbacovi, attivo a Taio almeno dal 1646, fosse suo
figlio. Parimenti, non posso stabilire se Giovanni Antonio o il fratello
Pietro siano gli antenati dei Barbacovi tuttora presenti a Tres.
"nicolaus q. Raimondini" come appare nel
documento redatto a Taio il 18 maggio1437. (Arch. Castel Bragher)
" nicolaus q. Raimondini de Armullo" come appare nel documento redatto a Taio il 15 dicmbre1439. (Arch. Castel Bragher)
"In villa tay in curia domy nicholay q. raimondini de Armulo habitatoris tay presentibus ipso nicholao.. ", come appare nel documento rogato a Taio il 21 agosto 1446 (Arch. Thun Decin)
" barbachous de tayo", come appare nell'elenco stilato dal massaro Antonio di Coredo nel 1450 (APv sezione latina Capsa 9 n. 119)
"apud nicolaum dictum barbacovum", come appare
nel documento rogato a Castel Bragher il 5 gennaio 1453 (Arch.
Castel Bragher)
"apud nicolaum barbacovis ........apud nicolaum
dictum barbacoum.....", come appare nel documento rogato a Taio il
10 maggio 1468 (Arch. Castel Bragher)
"heredes q. nicolay di barbacovis.....", come
appare nel documento rogato a Taio il 20 giugno 1481 (Arch. Castel
Bragher)
"apud heredes quondam nicolay barbacoum", come appare nel documento rogato a Castelfondo il 28 maggio 1484 (Arch. Castel Bragher)
"Antonio quondam nicolai barbacovis", come
appare nel documento rogato a Taio nel 1508 (AP Cles)
"In stuba domus heredum quondam ser eblii de barbachovis que domus est supra cimiterium predicte ecclie Sancti Victoris", come appare nel documento rogato a Taio il 6 marzo 1517 (Arch. Castel Thun)
"Romedius filius gulielmi de barbacovis", come
appare nel documento rogato a Dermulo il 11 marzo 1537 (Arch. Castel
Valer)
"Romedius
fq guielmi barbacovi de taio habitator Her.li", come appare nel
documento rogato a Rallo il 11 agosto 1553 (AStn Atti dei notai,
Gottardo Gottardi Busta I)
"Ego
ferdinandus filius S Romedii Barbacovis d Thaijo habitatoris
hermulli", come appare nel documento da lui rogato a Tres nel 1561
(AP Tres)
"Ego
jo.s Jacobus filius egregii D. Ferdinandi Barbacovi de Thaiyo", come
appare nel documento da lui rogato a Tres nel 1597 (AP
Tres)
"Ego
Jo. Antonius filius q. speti D. Jo.s Jacobi Barbacovi de Thaio
habitator Tresii", come appare nel documento da lui rogato a Tres
nel 1617. (AP Tres)
"Ego Joannis Antonius fq, D.Gio. Gia. olim
suprascritti D. Ferdinandi Barbacovi de Thaio habitantis Tresii...
", come appare nel documento trascritto nel 1625 il cui originale è
del 1587 rogato dal notaio Ferdinando Barbacovi, nonno di Giovanni
Antonio. (Arch. Castel Bragher)
Vincenzo, figlio di Michele detto Zaton, fu il capostipite della famiglia che da lui prese il nome di Vicenzi.[6] Già nel 1437 risulta residente a Dermulo e si ritiene che il suo arrivo nel paese sia avvenuto in seguito al matrimonio con l'ereditiera di una famiglia oggi sconosciuta. La sua abitazione si trovava nel colomello che nel Cinquecento veniva indicato come “ai Vicenzi”, situata nella parte centrale del caseggiato, in seguito numerato 17-18. Nel corso della sua vita Vincenzo compare più volte nella documentazione: nel 1467 risulta acquirente di un terreno a Piano presso Banco; nel 1471 figura al primo posto fra i sette vicini presenti alla stesura della carta di regola. In questo documento il nome di Vincenzo fu erroneamente associato dal copista al successivo Gregorio fu Raimondini, errore che è stato possibile dimostrare. L’anno seguente, nel 1472, nel cortile della casa di Vincenzo venne stipulato un contratto di compravendita di un terreno a Campolongo tra Gregorio di Dermulo (Inama) e Valentino fu Antonio di Tres. Ancora nel 1478, sempre a Dermulo e nella dimora di Vincenzo, alla presenza dello stesso, fu ratificata una compravendita avvenuta pochi mesi prima. Intorno al 1490, secondo gli urbari di Castel Bragher, Vincenzo deteneva in locazione dai Thun il luogo detto “alla Clesura”, per il quale pagava un canone annuo di 16 staia di frumento. Dal suo matrimonio nacquero almeno quattro figli: Antonio, Giacomo, Cristano e Baldassarre; tuttavia solo Cristano sembra aver lasciato discendenza. Dei figli di Cristano — Vincenzo III, Nicolò e Vigilio — sono note pochissime informazioni, limitate quasi esclusivamente ai loro nomi registrati in un urbario di Castel Bragher. Non sappiamo con certezza se fossero sposati o se avessero avuto figli; i pochi indizi disponibili sembrano suggerire che non abbiano lasciato eredi. L’ultimo rappresentante della stirpe fu probabilmente Vincenzo III, morto intorno al 1570. I suoi parenti più prossimi erano i Cordini, forse in seguito al matrimonio tra Bartolomeo Cordini e una sconosciuta sorella (o forse figlia?) di Vincenzo III; fu infatti Bartolomeo a ereditare i pochi beni rimasti. Egli dovette inoltre farsi carico di un debito verso l’l'eremo di santa Giustina, che tuttavia non riuscì a saldare. Per questo motivo, nel 1573, Ercole Inama, sindaco della chiesa di Santa Giustina, con l’assistenza dell’ufficiale Lazzaro Chilovi, pignorò alcuni locali della casa già appartenuta a Vincenzo. Uno di questi risultava confinare con gli eredi — non meglio identificati — di Nicolò, figlio del fu Cristano, il che conferma che anche Nicolò era deceduto da alcuni anni. Non è da escludere che Maria, moglie di Cipriano Massenza, la quale nel 1617 possedeva una porzione della casa nel caseggiato dei Vicenzi, appartenesse effettivamente alla famiglia Vicenzi (forse figlia di Nicolò), anche se altri indizi la avvicinano alla famiglia Bertoldi di Segno. Di questa antica schiatta resta oggi la memoria nel toponimo “Visenzi”, che designava un tempo una prateria — il Pra di Visenzi — situata tra strada delle Plazze e lo stradone per Sanzeno.
"Vicencio fillio michaelis zaton de tressio habitatore ermuli" come appare nel documento redatto a Taio il 18 maggio1437. (Arch. Castel Bragher)
"Vincenzo q. Michaelis zatony de tressio habitatore Armully" come appare nel documento del 30 maggio 1467. (AP Cles)
"In vila Armuli plebis Tay in domo habitationis Vicentiy .....Vicenzio...." come appare nel documento del 27 aprile 1478. (Archivio Castel Bragher)
Il cognome Chilovi, al pari di Barbacovi, Covi, Nicolodi e Calovi, ha origine dal nome proprio Nicolò. L’elevatissimo numero di persone che portavano quel nome rese infatti necessario distinguerle mediante soprannomi, che con il tempo si consolidarono nei cognomi così come oggi li conosciamo. La più antica attestazione finora nota del nome Chilovi risale al 1427, in una pergamena in cui compare Pellegrino fu Chilovo di Preghena tra gli stimatori dei terreni pertinenti al Castello di Altaguardia. Nel 1450 il nome appare per la prima volta anche a Taio, dove un “Chilovus” figura quale confinante di un terreno. Pochi anni più tardi, nel 1458, è documentato Romedio figlio di Nicolò detto Chiloi. Ne deriva che il Chilovus del 1450 fosse in realtà lo stesso Nicolò detto Chiloi. Si potrebbe pensare a una semplice coincidenza, ma è verosimile che Pellegrino e il Nicolò detto Chiloi fossero imparentati. Un indizio proviene da un documento redatto a Taio nel 1429, in cui appare come testimone un Pellegrino, erede del fu Nicolò Tomazoli. È dunque plausibile che Pellegrino, figlio del fu Nicolò Tomazoli detto Chiloi di Preghena, si fosse trasferito a Taio e vi avesse generato un figlio di nome Nicolò, padre del Romedio attestato nel 1458. A Taio i Chilovi diedero origine a una famiglia molto estesa, che nel tempo produsse numerosi personaggi illustri. Molti furono i religiosi, tra i quali uno dei primi attestati è Biagio, figlio del fu Nicolò, che nel 1521 godeva del favore di Bernardino Thun. Quest’ultimo gli concesse il cosiddetto titolo della mensa, ossia una garanzia di sostentamento. Nel 1528 lo stesso Bernardino lo presentò come cappellano e beneficiato dell’altare di Santo Stefano nella cattedrale di Trento. Tra gli altri sacerdoti della famiglia si ricordano: don Valentino (arciprete a Taio nel 1680), don Gaspare (1750), don Giorgio Valentino (arciprete nel 1740), don Giacomo (1756) e don Antonio (1825). L’elenco non pretende di essere esaustivo, ma si fonda soltanto sulla documentazione disponibile. Numerosi furono anche i notai, tra i quali Romedio Valentino e Valentino. Dal 1752 e almeno fino al 1760 il notaio Romedio Chilovi fu consigliere del vescovo e governatore del Marchesato di Castellaro.[7] Già nel 1573 un Lazzaro Chilovi rivestiva la carica di “publicus officialis curie”: lo troviamo citato in due atti, uno a Toss e l’altro a Dermulo, dove si occupò del pignoramento di beni appartenuti agli eredi Vicenzi a favore della chiesa dell’eremo di santa Giustina. Verso la fine del Cinquecento un Giacomo Chilovi si trasferì a Dermulo, sposando Margherita, una delle due figlie di Ercole Inama. Giacomo, nato attorno al 1575, era con ogni probabilità figlio di Antonio Chilovi, benché la documentazione non ne specifichi mai chiaramente la paternità. In quel periodo sono attestati almeno due omonimi: uno certamente figlio di Gottardo Chilovi, nipote dell’omonimo Gottardo che sul finire del Quattrocento possedeva in locazione perpetua dalla mensa vescovile un terreno a Campolongo, sul tenere di Dermulo; l’altro, Giacomo figlio di Antonio, citato una sola volta nel 1604 senza indicazione della comunità di appartenenza. Il Giacomo figlio di Gottardo visse sicuramente a Taio, dove si trova citato in molteplici atti riguardanti la chiesa di Santa Maria e nelle varie registrazioni, apparenti nel registro del 1567. A Dermulo Giacomo risiedette nella casa già del suocero Ercole e prima ancora del notaio Gaspare Inama. Nel Seicento tale abitazione era nota come “casa dei Chilovi”, divenuta poi “casa del maso Guelmi”, e infine identificata con il numero 1 con l’introduzione della numerazione civica nella prima metà dell’Ottocento. Dal matrimonio di Giacomo e Margherita è attestata la nascita di un solo figlio, Gaspare, nome probabilmente scelto in onore dell’illustre zio pievano; non è tuttavia escluso che altri figli, poi ritornati a Taio, siano rimasti fuori dalla documentazione. Intorno al 1620 Gaspare sposò Lucia Aliprandini di Livo, dalla quale ebbe almeno tre figli maschi — Giacomo (1623), Sigismondo (1627), Ercole (1632) — e una figlia, Anna Maria, la cui nascita non compare nei registri parrocchiali. I tre fratelli morirono in tenera età, presumibilmente nel 1634 durante la peste, che sicuramente portò via anche il padre Gaspare e il nonno Giacomo. Anna Maria rimase quindi sola con la madre, che poco dopo sposò in seconde nozze Giovanni Giacomo Mendini, figlio del fu Giovanni di Dermulo. Poiché non ancora maggiorenne, Anna Maria ebbe come tutori il patrigno Giovanni Giacomo Mendini e lo zio Aliprando Aliprandini di Livo, incaricati dell’amministrazione del cospicuo patrimonio a lei spettante. Fu probabilmente grazie all’intercessione del notaio Aliprandini che Simone Guelmi conobbe Anna Maria e la sposò nei primi anni Sessanta del Seicento. Sebbene manchi un atto esplicito che provi il matrimonio, un documento del 1662 cita Simone Guelmi di Scanna, uxorio nomine, tra i confinanti di un bosco alle Sort, venduto in quell’anno dalla famiglia Cordini di Taio a Giacomo Mendini di Dermulo. I venditori Cordini erano nipoti di Maddalena Inama, zia di Anna Maria, il che lascia intendere che il bosco fosse appartenuto in precedenza alle due sorelle Maddalena e Margherita Inama e, prima ancora, al loro padre Ercole. La presenza di Simone Guelmi “a nome della moglie” conferma dunque con certezza che quest’ultima fosse Anna Maria Chilovi. La breve discendenza dei Chilovi di Dermulo si estinse dunque con la morte di Anna Maria, e gli stabili di famiglia nel paese vennero in seguito conosciuti come Maso Guelmi.
"Pelegrino q. Chilovi de Pragena" come appare
nel documento rogato a Cagnò il 23 luglio 1427 (Arch. Castel
Bragher)
"pelegrino heredes q, Nicolai tomazoli (omnibus) de taio" come appare nel documento rogato a Taio il 28 gennaio 1429 (Arch. Castel Thun)
"apud Chilous de taio" come appare nel
documento rogato a Tres il 30 agosto 1433 (Arch. Castel Bragher)
"apud chilovum" come appare nel documento rogato a Castel Bragher il 12 novembre 1450 (Arch. Thun Decin)
"Romedio fillio nicolai dictum chiloi" come appare nel documento rogato a Castel Bragher il 31 gennaio 1458 (Arch. Castel Bragher)
"Johane chilovi" come appare nel documento rogato il 6 giugno 1474 (Arch. Castel Bragher)
"ellegit iohaninus de chilois de fta villa tay" come appare nel documento rogato a Taio il 1 ottobre 1489 (Arch. Castel Bragher)
" apud heredes q. Romedii chilous" come appare nel documento rogato a Segno il 25 aprile 1497 (Arch. Castel Bragher)
Nei documenti d'archivio, menzionati in diverse occasioni, e nei registri parrocchiali sono emersi i nominativi di alcuni abitanti di Dermulo dei quali non è stato possibile definire una storia genealogica. Le persone in questione, che saranno elencate di seguito, non includono quelle già citati nei due documenti simili del 1218 e 1220, né quelle presenti nell'atto del 1275 e nel documento del 1346, le quali sono già state trattate nelle relative sezioni dedicate. Nell'elenco compaiono invece tutti coloro di cui sono venuto a conoscenza e che hanno risieduto, anche solo per breve tempo, in paese.
[1] I ritagli dei documenti che citano dei nomi dei dermulani, ove disponibili, sono stati riportati nelle relative famiglie. [2] Nel Gafforio del 1387, al posto del nome Innama compare in realtà Juliana. Tuttavia, la presenza poco più sotto di Simeone suo fratello conferma che si tratti di un errore di lettura commesso dall’estensore del documento durante la trascrizione da fonti precedenti. È infatti plausibile che un nome inconsueto come Innama sia stato interpretato erroneamente come Juliana. Nello stesso documento, del resto, si riscontrano altri refusi relativi ai nomi. Sfortunatamente, nell’unica altra copia esistente del Gafforio del 1387 la parte riguardante Dermulo non è conservata, e ciò impedisce qualsiasi confronto utile alla verifica. [3] Quanto ai figli di Bonaconta, si aprono alcune considerazioni legate ai dubbi già emersi nel documento del 1346, in particolare riguardo al doppio nome Francesco Simeone, che appariva insolito già prima di conoscere la citazione del Gafforio. La bassa risoluzione della fotografia del documento non ha certo facilitato l’interpretazione. Il sospetto che “Francesco” potesse essere in realtà un’altra parola, oppure un nominativo autonomo — non collegato al successivo Simeone fu Bonaconta — può ora ritenersi confermato grazie al riscontro fornito dal documento gafforiale. [4] Dalla bibliografia del libro si ricava che il Chini, oltre agli archivi della parrocchia di Torra, Vervò e Tres, aveva consultato pergamene anche presso Castel Bragher, per cui l'individuazione del documento è ancora più difficoltosa.
[5] Nel 1681
Udalrico, tramite una permuta con la chiesa di Santa Maria di Taio, entrò in
possesso di una casa a Taio, detta “casa di Santa Maria”. A causa di un
errore del pievano di Taio nella regestazione di un antico documento, tale
casa sembrò erroneamente collocata nel paese di Dermulo e, considerati i
beni posseduti da Udalrico, si sarebbe potuta identificare con la casa n.
13–14. Incrociando altre informazioni, tuttavia, è stato possibile smentire
questa ipotesi. [6] I Zattoni erano originari di Toss, da dove il capostipite aveva raggiunto Tres intorno al 1394. Tale notizia è riportata in un documento del 1394, dove appare come sindaco della comunità di Tres, Federico detto Zatton, figlio del fu Vincenzo di Toss, abitante a Tres. Vedi pag 212 del libro di Marco Benedetto Chini, dove però riporta in luogo di Federico, Francesco. Piergiorgio Comai in "Annali di Vervò" scrive, ritengo giustamente, Federico e non Francesco. [7] Già concesso in feudo al vescovo di Trento, Castellaro, antica denominazione di Castel d’Ario, veniva subinfeudato nel 1275 ai Bonaccolsi e nel 1328 ai Gonzaga, i quali ne ottennero la conferma fino alla loro caduta nel 1707, quando il feudo tornò nuovamente al direttario. Nel 1796 Castellaro venne ceduto alla repubblica Cisalpina (Gobio Casali 1988; Ferrari 1992). Riguardo alla giurisdizione amministrativa a cui era soggetto, negli anni immediatamente seguenti alla erezione del ducato di Mantova, avvenuta nel 1530, Castellaro era sede di vicariato (Mantova 1958-1963), mentre dopo la devoluzione del feudo all’episcopato di Trento del 1707, il vescovo era rappresentato da un governatore (Gobio Casali 1988; Ferrari 1992)
|
|||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||