FRAMMENTI DI GENEALOGIA

DOMINO MAZONO VIVIANO BENEDETTO DUCA FRISON BONACCORSO
BONACONTA INAMA PILATO SAVORITO BARBACOU ZATON CHILOU
  FIGURE ISOLATE  

 

INTRODUZIONE

In questa pagina ho preso in esame alcune persone che abitarono a Dermulo in epoche molto antiche e la cui collocazione genealogica rimane incerta. Di conseguenza è stato possibile sviluppare solo in parte la loro genealogia, sia a monte sia a valle, salvo qualche eccezione. La scarsa disponibilità di documenti del XIII e XIV secolo e il ridotto numero di nomi in essi presenti hanno inevitabilmente comportato una ricostruzione incompleta delle loro discendenze.
I documenti più antichi che riportano un numero significativo di abitanti di Dermulo sono essenzialmente cinque: i due atti contenuti nel codice Wanghiano, datati
1218 e 1220 (molto simili fra loro); il documento del 1275 relativo a una ricognizione dei beni vescovili a Dermulo; l'atto del 1346 riguardante l’assegnazione del diritto di regolaneria a Stefano di Malgolo; e l’elenco dei debitori gafforiali del 1387. Negli altri documenti le apparizioni di abitanti dermulani sono sporadiche e non riguardano mai l’intera comunità né un numero consistente di persone.[1]
Nel 1471, con la redazione della
carta di regola della comunità di Dermulo, compaiono tutti i vicini aventi diritto; sorprendentemente, sono solo sette, ma delineano già le future famiglie del paese. Per ottenere un elenco davvero ampio di nomi occorre attendere quasi un secolo, fino alla riunione di regola del 1554, nella quale la quasi totalità degli individui menzionati trova una collocazione chiara all’interno degli alberi genealogici delle rispettive famiglie.
Alle persone citate nei documenti del 1218 e 1220 non è stato possibile collegare con certezza alcun nominativo presente nel documento del 1275. Ho formulato qualche ipotesi basandomi esclusivamente sulla ricorrenza di nomi particolari. Tra l’elenco del 1275 e quello del 1346, invece, è stato possibile individuare alcuni collegamenti. Molto importante risulta l’atto del 1346, che contiene un elenco considerevole di paesani, così come determinante è l’elenco dei debitori gafforiali del 1387, il quale — pur non privo di errori — raccoglie informazioni riferibili al periodo compreso tra il 1340 e il 1370 e ha fornito notizie di grande interesse.
Tre famiglie provenienti da fuori paese risiedettero a Dermulo per diverse generazioni in qualità di locatarie del
maso vescovile dei Casali: nell’ordine, la famiglia di Benedetto da Campo, la famiglia Duca e la famiglia Frisoni.
Ho inoltre inserito in questa pagina alcune informazioni frammentarie riguardanti i
Barbacovi e i Chilovi di Taio, in qualche modo legati a Dermulo, nonché un ramo della famiglia Inama, il cui capostipite Antonio si trasferì a Fondo intorno alla metà del Quattrocento. I suoi discendenti mantennero comunque un rapporto abbastanza stretto con Dermulo fino alla metà dell’Ottocento.
Per le testimonianze tratte da documenti diversi da quelli principali sopra citati, ho riportato — ove possibile — estratti dell’originale con i nomi evidenziati.
Infine, sono presenti alcuni personaggi comparsi nei documenti relativi a Dermulo, ma privi di discendenza, (almeno in paese) che sono stati trattati nella sezione “
Figure isolate”.

 

 

LA DISCENDENZA DI DOMINO

Dòmino (o Domìno?) è un raro nome medievale derivato da Domenico. Il personaggio compare in un documento del 1275 dove, assieme a Giorgio e Mazono, fu scelto come persona informata per la redazione dell’elenco dei beni dell’episcopio di Trento situati a Dermulo. Le numerose citazioni che lo riguardano, come possessore o confinante, rivelano una certa rilevanza sociale all’interno della comunità.
Nel 1275 Dòmino possedeva un terreno a Rovesso insieme ai suoi fratelli – di cui non si conoscono i nomi – per cui, nello schema che segue, si presume che fossero almeno due.
In un documento del 1294 sono citati come testimoni i fratelli Bonato e Giacomo, figli del già defunto Dòmino. Di Bonato si conoscono due figli: Nicolò e Selva, quest’ultima sposata con Benedetto fu Alessio di Smarano. In un atto del 1308, conservato nell’archivio parrocchiale di Coredo, donna Selva – alla presenza di Bonato fu Dòmino e di Benedetto, rispettivamente padre e marito – rinunciava a una somma di 40 libbre veronesi ricevute da Nicolò fu Enrico, abitante a Coredo.
Nel 1334, in un documento redatto a Tassullo, appare un Giovanni, figlio del fu Bonano di Dermulo. Bonano è un nome attestato, ma, non trovandone altre occorrenze a Dermulo, è lecito dubitare che non si tratti invece di Bonato. Se così fosse, Giovanni sarebbe un terzo figlio conosciuto di Bonato. Inoltre, sia nel Gafforio del 1387 sia in un documento del 1346, è menzionato un Nicolò, figlio del fu Giovanni.
Per quanto riguarda Giacomo, fratello di Bonato, si può ipotizzare che coincida con il defunto Giacomo, padre di Pietro, elencato tra i vicini di Dermulo nel 1346. Anche in questo caso – basandosi unicamente sull’onomastica – Giacomo potrebbe essere stato il capostipite dei Pret di Dermulo. Non si può tuttavia escludere che il capostipite fosse invece Giacomo figlio di Nicolò detto Pagnono, o che non si tratti di nessuno dei due.
Infine, nel Gafforio del 1387 compare un altro figlio di Bonato, anch’egli di nome Nicolò.
Alla luce delle testimonianze oggi disponibili, non è possibile aggiungere ulteriori elementi; sembra comunque verosimile che la discendenza si sia estinta.

 

 

 


"donna Selva uxor Benedicti......bonato q.domini de armulo patre dicta Selva..."  come appare nel documento redatto a Smarano il 5 maggio 1308 (AP Coredo)

 

 

LA DISCENDENZA DI MAZONO

Anche Mazono compare nel documento del 1275 e, come Dòmino, era stato scelto per compilare l’elenco dei beni vescovili a Dermulo. Il frequente riscontro del suo nome — come possessore o confinante — testimonia l’importanza sociale che rivestiva nella comunità.
Nel 1306, un certo Belvesino Thun concesse un prestito di 7 lire di “piccoli veronesi” a Bosco figlio del fu Mazono, che si impegnò a restituirle entro un anno. Dal medesimo atto risulta che Bosco aveva un fratello di nome Simeone.
Il nome piuttosto raro di “Bosco” mi ha suggerito l’ipotesi di una probabile parentela con un altro “Bosco” menzionato nello stesso documento del 1275.

 

 



"boscus q. mazoni de armulo" e "Simeonis q. mazoni de armulo" come appaiono nel documento redatto a Taio il 3 aprile 1306 (Arch. Castel Thun)




LA DISCENDENZA DI VIVIANO

La breve ipotesi genealogica riguardante Viviano, residente a Gardolo nel 1291, si basa esclusivamente su considerazioni onomastiche. Il nome Viviano compare infatti in due documenti del 1218 e del 1220. Nel primo è citato come il già defunto padre di Giacomino, Alberto e Giordano; nel secondo risulta invece ancora vivente e indicato come figlio del fu Martino de Solado.
Presumendo una continuità nella trasmissione dei nomi da padre a figlio, ho ipotizzato che il Giordano figlio di Viviano possa essere stato un ascendente — forse il nonno — del Giordano (o Zordano) attestato nel 1275, e che quest’ultimo possa essere stato a sua volta il padre del Viviano residente a Gardolo nel 1291. Quest’ultimo è definito cestario, appellativo che ritengo rifletta la sua effettiva occupazione.
Un’ulteriore ipotesi è che il Viviano trasferitosi a Gardolo discendesse dal Viviano ancora in vita nel 1220, figlio di Martino de Solado. Come già accennato, tuttavia, siamo sempre nel campo delle congetture.

 

 

 

 
"Viviano zestario q fuit d armulo", come appare nel documento redatto a Trento il 9 dicembre 1291 (APV sez. Latina Capsa 64 n. 102)




LA DISCENDENZA DI BENEDETTO

Bonamico, figlio del fu Benedetto di Campo, compare per la prima volta a Dermulo nel 1346, nella pergamena contenente la regola della comunità del luogo, nella quale è menzionato anche il figlio Nicolò. Solo grazie al documento del Gafforio del 1387, che cita Feltrino figlio di Nicolò, si comprende però il motivo della presenza di Bonamico — o forse già del padre Benedetto — a Dermulo. Tale motivo è da ricercare nel contratto di locazione stipulato per la conduzione del maso vescovile dei Casali.
Non sono emerse ulteriori notizie sul destino di Feltrino, ma è probabile che la sua discendenza si sia estinta almeno a Dermulo. È invece certo che, dal 1425, il maso risultava dato in locazione ai Duca di Coredo. Un Bartolomeo, figlio del fu Benedetto di Campo — dunque fratello di Bonamico — risulta inoltre confinante di un terreno a “Praholven”, presso Rallo, intorno al 1380.

 






"feltrinus q. nycolai q. bonamigi de armulo" come appare nel documento del 1387 (APV sez. Latina Capsa 28 n. 27)



LA DISCENDENZA DI STEFANO DETTO DUCA

L’esistenza di Stefano, soprannominato Duca, è attestata in un documento del 1425 conservato nell’Archivio di Castel Bragher e riportato da don Endrici nel volume Coredo nell’Anaunia. A pagina 107 l’autore cita infatti: «Odorico detto anche figlio del fu Stefano abitante a Dermulo». La parola anche va interpretata come Duca: è dunque con questo cognome o soprannome — in seguito usato nel diminutivo Ducat o Dassat — che i discendenti di Stefano verranno identificati.
Non sappiamo se altri figli di Stefano siano rimasti a Coredo dando origine ad ulteriori rami familiari; è certo però che a Dermulo la stirpe vi dimorò per almeno tre generazioni. Nel documento del 1446, dove Antonio compare assieme a Vincenzo di Tres, non si ricorda più nemmeno Stefano: Odorico viene definito semplicemente come figlio «del Duca» di Dermulo. Da Odorico, morto prima del 1437, discese Antonio, citato in due atti del 1437 e del 1438. Di Antonio conosciamo il figlio Bartolomeo, che figura tra i vicini intervenuti alla redazione della carta di regola del 1471.
Bartolomeo fu probabilmente l’ultimo dei Duca a risiedere a Dermulo: già nel 1482 lo troviamo infatti a Coredo, come attesta una pergamena di Castel Bragher, dove appare tra i testimoni con la formula «Bahio dictus dussat de Ermulo habitatoris Coredi», cioè «Bartolomeo detto Dussat di Dermulo, abitante a Coredo». È molto verosimile che egli avesse abbandonato Dermulo poco dopo la stesura della carta di regola, lasciando il maso vescovile a Nicolò Frison, anch’egli di Coredo.
Al di fuori dei personaggi citati non sono noti altri membri della famiglia; con ogni probabilità però altri ve ne furono. I Duca erano scesi da Coredo a Dermulo come affittuari del maso vescovile dei Casali e, in tale ruolo, si collocarono cronologicamente dopo i discendenti di Benedetto di Campo e prima della famiglia Frison, anch’essa originaria di Coredo.

 




"Antonio fillio odorici fillii dicti duce de ermulo" come appare nel documento redatto a Taio il 18 maggio1437. (Arch. Castel Bragher)



"Antonio q. odorici dicti ducis de Armulo" come appare nel documento redatto a Dermulo il 29 giugno 1438. (AP Tres)



"Bartolomeo dicto dussat de ermulo habitatore coredi" come appare nel documento redatto a Castel Bragher il 26 agosto 1482. (Arch. Castel Bragher)




I FRISONI DI COREDO

I Frisoni succedettero ai Duca nella conduzione del maso dei Casali. Il primo membro della famiglia attestato a Dermulo è Nicolò, che nel 1490 ricevette il rinnovo dell’investitura del maso. Poiché si trattava di un rinnovo, il documento precedente doveva risalire a circa vent’anni prima, dunque intorno al 1472, anno della transizione dalla gestione di Bartolomeo Duca.
Nel libro dei Gaffori del 1510 si legge che Pietro fu Nicolò Frison pagava il canone per il maso vescovile denominato Maso Dusati. Pietro compare anche in un documento del 1513 come confinante di un terreno a Dermulo, in località alla Cros. Poiché in quella zona non vi erano terreni pertinenti al maso dei Casali, si deduce che l’immobile fosse una proprietà dei Frisoni.
Pietro fu inoltre tra i capi della rivolta del 1525 contro il principe vescovo Bernardo Clesio, e a lui – insieme ad altri – furono consegnate le chiavi di Castel Cles. Di Pietro conosciamo solo un figlio, Antonio, già defunto nel 1554, i cui eredi furono rappresentati da Rigolo Mendini all’adunanza di regola di quell’anno.
Nel 1563 (in realtà il documento fu redatto nel 1564) gli eredi di Antonio I Frison, ossia Antonio II e Baldassarre, anche a nome del fratello Leonardo II che era assente, cedettero la conduzione del maso dei Casali a Fabiano fu Tommaso Massenza di Dermulo. Leonardo II, come si evince da una nota aggiunta alla registrazione del 1510, fu il referente della famiglia Frison dopo la morte del padre Antonio; per questo motivo è verosimile che fosse il figlio maggiore.
Nel documento del 1564 compare anche un Leonardo III, figlio di Giovanni Frison, come confinante di un terreno a Campolongo. Giovanni I doveva essere figlio di Leonardo I, cugino di Antonio fu Pietro. Come il padre, viveva a Coredo e non aveva interessi nella locazione vescovile; era però affittuario di un terreno dei Thun nella zona a Castel, per il quale pagava un canone di quattro staia di frumento. In questa veste è citato nei registri delle entrate di Castel Bragher dal 1540 al 1564. Dopo tale data compaiono suo figlio Leonardo III e, successivamente, un altro figlio, Giovanni II. Le testimonianze dei fratelli Frison proseguono fino al 1579, senza che nessuno di loro risiedesse più a Dermulo.
Don Edoardo Endrici, nel volume Coredo nell’Anaunia. Memorie storiche, a pagina 70 riporta l’anagrafe di Coredo compilata dal parroco don Tommaso Desiderati nel 1572: da quell’elenco risulta che la famiglia di Leonardo III, composta da otto persone, era l’unica famiglia Frison ancora presente in paese. Nei primi anni del Seicento il cognome si estinse definitivamente

 







LA DISCENDENZA DI BONACORSO

Bonacorso I, attestato come vivente nel 1275, è da considerarsi il capostipite della breve discendenza che risiedette a Dermulo. Egli generò due figli, documentati nel 1346: Resto e Nicolò, quest’ultimo soprannominato Pagnono. A loro volta i due fratelli ebbero almeno due figli, entrambi di nome Bonaccorso — come il presunto nonno — anch’essi attestati nel 1346. Nello stesso documento compare un Giacomo, figlio del fu Pagnono, circostanza che permette di identificare il soprannome “Pagnono” con il già defunto Nicolò.
Di Bonaccorso III si ha un’ulteriore testimonianza nel 1355, quando figura come testimone a Mollaro durante la stima della decima spettante a Pietro Thun in quella villa. Oltre a ciò, nulla altro è noto su questi individui. È possibile — sebbene si tratti di un’ipotesi piuttosto azzardata — che in Giacomo, vivente nel 1346, si possa intravedere una remota traccia della futura famiglia Pret.

 

"Bonacursio qd. Nicolai de Armulo", come appare nel documento redatto a Mollaro il 25 ottobre 1355. (Arch. Castel Bragher)

 

 

LA DISCENDENZA DI BONACONTA

Bonaconta, o Bonazunta, è considerato il capostipite di tutti gli Inama attualmente viventi. Ad oggi egli risulta già deceduto in due distinti documenti: uno del 1346 e l’altro del 1387.[2] Hanns Inama-Sternegg, non trovando collegamenti genealogici anteriori, ipotizzò che Bonaconta potesse coincidere con un omonimo residente a Tres tra il 1288 e il 1292. Su questa ipotesi, seppur plausibile, nutro alcuni dubbi: la mancanza di riferimenti nel registro del 1275 e il numero esiguo di nomi nel documento del 1294 non consentono infatti di escludere, come invece affermato dall’Inama-Sternegg, un’origine autoctona della famiglia. Considerando inoltre la frequente ricorrenza del nome Nicolò nella discendenza, si potrebbe supporre che il padre di Bonaconta fosse proprio il Nicolò menzionato nel documento del 1275.

Di Bonaconta sono noti quattro figli: Innama, Delaito, Francesco Simeone e Bagoto. Dei primi tre si ha riscontro sia nella regola del 1346 (“Innama fu Bonaconta”, “Delaito suo fratello”, “Francesco Simeone fu Bonaconta”) sia nel gafforio del 1387 (“Innama, Delaito, Symeon”); inoltre, nel 1387 compare anche un certo Bagoto, anch’egli figlio del fu Bonaconta.[3] Fra i figli, la discendenza certa prosegue soltanto tramite Innama e Delaito.

Il primo generò una vasta progenie, diffusa sia in valle sia oltre i suoi confini. In questa ricerca ho considerato soltanto la linea dermulana, approfondendo in particolare un ramo della famiglia di Fondo che mantenne interessi a Dermulo.

Delaito, documentato anche nel 1357 come il già defunto padre di Nicolò, ebbe un altro figlio di nome Francesco, del quale però non si hanno ulteriori attestazioni. La sequenza genealogica accertata nel 1446 — con Margherita, figlia di Nicolò, a sua volta figlio di un Delaito — permette di ipotizzare un legame con il Nicolò vivente nel 1357, ossia che quest’ultimo fosse figlio di Delaito. Nel documento Nicolò è soprannominato “barba coo”, cioè “zio Nicolò” (oppure “Nicolò dalla barba”), figlio del fu Delaito di Dermulo. Questa citazione si è rivelata particolarmente significativa anche per la ricostruzione della genealogia dei Barbacovi, illustrata più avanti.
È certo che, dopo il matrimonio tra Margherita — figlia di Nicolò di Dermulo — e Nicolò, figlio di Antonio Cordini di Taio, la nuova famiglia si trasferì a Dermulo, dando origine al ramo dermulano dei Cordini.

 

"nicolaum q. delaiti de armulo", come appare nel documento redatto a Castel Bragher il 26 febbraio 1357. (Arch. Castel Bragher)

 

"Juliana...delaytus eius fr...Simeon ..", come appare nel documento del 1387.(APV sez. Latina Capsa 28 n. 27)

 

"heredes q delayti de armulo", come appare nel documento redatto a Coredo il 10 agosto 1444. (Arch. Castel Bragher)

 

"honesta nuuros donna Malgarita fillia ac heredes olim nicholay dictus barba coy fillius ac heredes olim Ser delayti de armulo", come appare nel documento rogato a Taio il 21 agosto 1446 (Arch. Thun Decin)

 

 

LA DISCENDENZA DI ANTONIO INAMA DI FONDO

Parte della discendenza di Antonio fu Inama, trasferitosi a Fondo intorno al 1475, riveste per noi un interesse particolare, poiché un ramo della famiglia possedeva già allora a Dermulo una casa e alcuni terreni. Il maso rimase proprietà dei discendenti di Antonio per circa quattro secoli, fino alla sua alienazione, avvenuta nel 1849, all’ultimo masadore, Romedio Emer. In questa sede mi limito a presentare la tavola genealogica dei discendenti di Antonio; per ulteriori informazioni sui possessi della famiglia Inama di Fondo nel territorio di Dermulo si veda “Il maso Inama di Fondo

 

 

 

 

 

NICOLO' DETTO PILATO

L’ascendenza del capostipite delle famiglie Pilati va ricercata nel paese di Dermulo, dove, verso la metà del Duecento, viveva il progenitore certo di quel Nicolò detto Pilato, che si trasferì a Tassullo intorno al 1370. Questo antenato, di nome Martino, risulta già defunto nel 1294, ma probabilmente lo era anche nel 1275, poiché nei documenti di quell’anno compare suo figlio Negro, detto Segalla. Nel 1275, infatti, nell’elenco dei beni vescovili a Dermulo, “Segala” è indicato come confinante di un terreno in località Saldato; si tratta dell’unica occorrenza nel documento.

Solo grazie alla possibilità di consultare il gafforio del 1387 si è potuto chiarire che Segala e Negro erano la stessa persona, e che “Segala” era dunque un soprannome. In quel documento compaiono infatti tre nominativi disposti in modo rivelatore: Vender q. Negri dicti Segale, Muletus q. Nigri e Avancius q. Segale. Ne deriva che i tre fratelli Vender, Muleto e Avancio erano figli di Negro detto Segala. I medesimi tre fratelli risultano anche nel documento del 1346 come figli di Negro, sebbene senza il soprannome.

Nel documento del 1294, inoltre, figura tra i testimoni un “Segalla figlio del fu Martino”, confermando così che Segalla era il soprannome personale di Negro.

 Per quanto riguarda la discendenza di Negro, la figura più rilevante e documentata è quella di Nicolò, figlio di Avancio, che verso il 1370 si stabilì a Tassullo. Con ogni probabilità il trasferimento fu motivato da un matrimonio con un’ereditiera del luogo. In ogni caso, il prestigio sociale di Nicolò crebbe rapidamente, tanto che i Pilati, nel giro di pochi anni, divennero una delle famiglie più importanti delle Quattro Ville.

 Per ulteriori informazioni sui Pilati si veda l’albero genealogico di Tullio Corradini.
Di Vender (o Vendro) esiste un’ulteriore citazione nel 1357, quando figura come frontista di un terreno a Ronc. In quell’occasione è definito “notaio di Dermulo” e risulta residente a Trento.


 

 

LA DISCENDENZA DI SAVORITO

Il nome, piuttosto particolare, del capostipite Savorito ha permesso di ricostruire tre generazioni della famiglia e, fatto raro per l’epoca, di conoscere anche il nome di alcune figure femminili. In particolare, sono giunti fino a noi i nomi di Flordebella, madre di Savorito I, e di Anna, moglie di Nicolò.

Di Savorito I possediamo due attestazioni. La prima risale al 1343: in un documento dell’archivio parrocchiale di Coredo relativo alla locazione di un terreno a Dermulo, egli compare tra i confinanti ed è identificato come figlio di Flordebella. La seconda testimonianza proviene dal documento del 1346, in cui è citato Saporito Tarando, figlio del vivente Savorito.

Un’ulteriore informazione interessante emerge dai rogiti del notaio Tomeo di Tuenno: in un atto redatto a Taio nel 1374 si riporta che il maestro carpentiere Michele fu Enrico di Tavon ricevette da Anna, vedova di Nicolò fu Saporito di Dermulo, una somma a saldo per la costruzione della casa della stessa Anna. In questo documento il nome Nicolò è scritto in una delle forme abbreviate allora comuni, ossia Choo. La casa di Anna, purtroppo, oggi non è identificabile, ma si può supporre che fosse abitata dai suoi discendenti almeno fino a poco dopo la metà del Quattrocento.

Dopo Nicolò si apre un vuoto documentale che impedisce di affermare con assoluta certezza che il suo successore fosse Giovanni. Quest’ultimo è comunque attestato nel 1446 come già defunto e padre di Savorito II, circostanza che, anche dal punto di vista onomastico, indica un legame indubbio con Nicolò fu Saporito. Un Giovanni — forse proprio il padre di Savorito II — compare inoltre nel 1438 come possessore di un terreno a Dermulo, presso il quale venne redatto un atto; tuttavia, al posto dell’indicazione del suo defunto genitore compaiono dei puntini di sospensione.

 Per quanto riguarda la casa menzionata, poiché con Savorito II la discendenza risulta estinta, è plausibile che l’immobile sia passato a una delle famiglie di Dermulo. Le acquisizioni più consistenti in quel periodo furono certamente quelle degli Inama, che già anticamente possedevano le case n. 26 e 27 e che nel Cinquecento avevano aggiunto alle loro proprietà le future case n. 1, 2-3, 4 e 5-6. È dunque possibile che una di queste ultime, forse la n. 5–6, fosse l’antica abitazione dei “Savoriti”.

Altri possibili acquirenti sono i discendenti di Raimondino II († ca. 1430), in particolare Nascimbene II — o forse suo figlio Francesco — che in quel periodo sembra aver lasciato la casa n. 22 per stabilirsi nella futura n. 15, dando così origine alla nuova famiglia Massenza. Di conseguenza, anche la casa n. 15 potrebbe essere stata l’abitazione di Savorito II, ultimo discendente dei Savoriti.

 

 

"Savoritus fillius Flordebele de Armulo", come appare nel documento rogato a Coredo il 11 marzo 1343.(AP Coredo)

 

"Johannis q. ...", come appare nel documento redatto a Dermulo il 29 giugno 1438. (AP Tres)

 

"Savoritus q. Johnanis", come appare nel documento redatto a Taio il 7 luglio 1446. (AP di Tres)

 

 

I BARBACOVI A DERMULO

Marco Benedetto Chini, nelle note a pagina 68 del suo libro Memorie della comunità di Segno e Torra e della vetusta parrocchia di S. Eusebio, afferma che i Barbacovi discenderebbero da «Antonio fu Raimondino detto Barbacou». Purtroppo il Chini non indica l’anno di riferimento né la fonte da cui avrebbe tratto tale informazione, che, alla luce dei documenti finora consultati, appare dubbia. Ad oggi non è infatti emersa alcuna attestazione storica di un Antonio fu Raimondino.[4] Sono invece ben noti Nascimbene, Gregorio e Nicolò, figli di Raimondino di Dermulo: i primi due rimasero a Dermulo, dando origine rispettivamente alle famiglie Massenza e Mendini, mentre Nicolò, verosimilmente in seguito al matrimonio, si trasferì a Taio.

L’arrivo di Nicolò a Taio può essere collocato intorno al 1437, anno in cui compare per la prima volta come testimone in un atto redatto nella casa di Sigismondo Thun. Lo si ritrova anche nel 1439 come confinante di un terreno in località Albari, e nel 1446 come proprietario della casa presso la quale venne rogato un documento che, come si vedrà, potrebbe riguardarlo da vicino. In nessuno di questi atti Nicolò fu Raimondino compare associato al soprannome Barbacovi; tuttavia, in una pergamena del 1446, la venditrice di un terreno risulta essere una certa Margherita, figlia ed erede di un Nicolò detto Barba Coo (dal dialettale barba, “zio”, e coo, “Nicolò”, oppure “il Nicolò dalla barba”), a sua volta figlio ed erede del fu Delaito di Dermulo. Se questo documento fosse corretto, il padrone di casa Nicolò fu Raimondino non portava il soprannome Barbacoo, che invece apparteneva al defunto padre di Margherita.

A questo punto il quadro si complica: la presenza di Margherita come unica venditrice farebbe supporre che fosse figlia unica e che il soprannome si fosse dunque estinto. Ciò non è però necessariamente vero, poiché il soprannome poteva passare alla famiglia del marito; tuttavia non sembra essere questo il caso, poiché Nicolò Cordini, consorte di Margherita, non risulta mai portare il soprannome Barbacoo. Se invece Margherita non fosse stata figlia unica, ma avesse avuto una sorella, e se la casa scelta per la redazione del documento non fosse casuale, ma appartenesse a Nicolò fu Raimondino, possibile cognato di Margherita, allora Nicolò potrebbe effettivamente aver ereditato il soprannome del suocero. Questa ipotesi, pur apparentemente azzardata, mi pare plausibile finché non emergerà una smentita documentaria.

Dopo il 1446, la prima occorrenza del nome Barbacovi risale al 1450, quando nell’elenco dei multati dal massaro Antonio di Coredo compare un «Barbachous di Taio», sanzionato per 10 libbre. Tre anni dopo, nel 1453, il soprannome appare per la prima volta associato ad un nome proprio: un tale Nicolò detto Barbacovo, confinante di un terreno a Taio. Dopo il 1450 non si trova più nei documenti alcun riferimento a «Nicolò quondam Raimondini»: è dunque possibile che l’antica origine da Raimondino di Dermulo fosse stata ormai dimenticata, lasciando prevalere il soprannome Barbacou.

Ulteriori documenti riguardanti Nicolò si trovano nel 1468 — dove compare due volte, come «Nicolò Barbacovi» e come «Nicolò detto Barbacou» — e in due atti del 1481 e 1484, nei quali è già indicato come defunto. Tornando all’«Antonio fu Raimondino detto Barbacou» citato dal Chini, concordo sulla verosimiglianza della parte «fu Raimondino detto Barbacou», e sulla discendenza dei Barbacovi da uno dei figli del fu Raimondino; ritengo invece probabile che il nome «Antonio» sia frutto di un errore di lettura. Se al suo posto vi fosse stato «Nicolò», il quadro sarebbe decisamente più coerente. Un’altra possibilità è che tra «Antonio» e «fu Raimondino» fosse presente il nome «Nicolò», dando luogo alla formula «Antonio fu Nicolò fu Raimondino detto Barbacou».
Oltre ad Antonio, vivente nel 1508, è documentato almeno un altro figlio di Nicolò, chiamato Odorico; non si esclude vi fossero altri figli. Potrebbe essere stato figlio di Nicolò anche un certo Eblio, che riveste particolare interesse poiché nonno di Romedio, stabilitosi a Dermulo intorno al 1530. Anche il nome Odorico costituisce un indizio onomastico che rimanda al nonno di Nicolò fu Raimondino. Di Eblio non è noto con certezza il padre, che potrebbe essere stato Nicolò, Antonio o Odorico; in questa trattazione mi concentro comunque solo sui discendenti di Eblio.
Alcuni indizi documentari indicano che l’arrivo di Romedio a Dermulo fu determinato dal matrimonio con un’anonima figlia di Nicolò Mendini. Romedio abitò nella casa del suocero, la parte nord dell’attuale casa n. 22, antica sede dei Mendini, dove agli inizi del Quattrocento era nato anche il suo antenato Nicolò, figlio di Raimondino. Verso la metà del Cinquecento Romedio ampliò ulteriormente le sue proprietà, acquistando dal cugino della moglie, Romedio Mendini, una parte della casa appartenuta al defunto Mendino Mendini, fratello di quest’ultimo. All’interno della comunità, Romedio era considerato «vicino», alla pari degli altri abitanti, e godeva dell’usufrutto dei beni comuni; tuttavia già nel 1534 sorsero i primi contrasti, poiché i dermulani non volevano concedergli le sorti a causa del suo rifiuto di pagare le collette. La disputa richiese l’intervento di Giacomo Thun di Castel Bragher, regolano maggiore di Dermulo, che dirimette la questione. I rapporti tra Romedio e la comunità divennero tuttavia sempre più difficili e nel 1553 sfociarono in una nuova causa davanti al pretore di Trento, poiché nuovamente Romedio non voleva pagare le tasse. Il pretore Giulio Cesare Castelvitreo Modenese lo condannò al pagamento delle collette su tutti i beni posseduti, «non trovandosi nello stato di nobile o esente». Seguirono un accomodamento del 13 marzo 1554 e una delibera del 7 luglio con cui la comunità nominò Antonio Pangrazzi di Dermulo e il notaio Baldassarre Oliva di Nanno quali propri rappresentanti. Della decisione arbitrale è giunta solo una quietanza del notaio Salvatore Inama, che attesta la corresponsione a Romedio di 4 ragnesi da parte del giurato Giovanni fu Leonardo Inama.

Romedio, figlio del fu Guglielmo fu Eblio Barbacovi, fu un personaggio di rilievo, ma — a differenza di molti suoi discendenti — non esercitò il notariato, pur lasciando alcune scritture autografe. Entrò nell’orbita dei signori di Castel Thun, per i quali curò la riscossione di affitti e decime nelle pertinenze di Denno. Compare in numerosi documenti tra il 1540 e il 1585, redatti in vari luoghi della Val di Non, nelle vesti di testimone, giurato, perito, tutore, locatario, ecc. Sono noti due suoi figli, Nicolò e Ferdinando, che nel 1588 furono chiamati a rispondere di alcuni debiti lasciati dal padre per un totale di 1.270 ragnesi, parte dei quali gravò sulla casa e su alcuni terreni di Dermulo. Il maggior creditore era un tale Francesco Ciurletta di Trento. Di Nicolò si sa poco: è menzionato in tre documenti e da una moglie sconosciuta ebbe una figlia, Fiore, che sposò intorno al 1587 Giacomo Berti, detto Cristini, di Tassullo. Non sembra abbia lasciato discendenza maschile.

Ferdinando, dopo gli studi giuridici, esercitò la professione notarile a Dermulo dal 1559, proseguendo per una lunga carriera fino ai primi anni del Seicento. Tra circa il 1573 e il 1596 risiedette a Castel Thun, dove redasse e trascrisse atti per conto dei castellani, probabilmente grazie anche all’intercessione paterna. Nei documenti si firmava quasi sempre «Ser Ferdinando Barbacovi di Taio abitante a Dermulo» o, alternativamente, «Ser Ferdinando Barbacovi di Taio». Morì intorno al 1610. L’unico figlio noto, Giovanni Giacomo, anch’egli notaio, abitò per un periodo a Dermulo (forse nella prima metà degli anni Novanta del Cinquecento) e in seguito per qualche anno a Taio — in un documento del 1595, dove compare come testimone, è definito infatti «di Dermulo abitante a Taio» — per poi trasferirsi definitivamente a Tres. In un atto del 1597 da lui rogato compare come testimone un certo Simone Barbacovi abitante a Tres, forse suo fratello; non è quindi da escludere che anche Simone possa essere uno degli stipiti dei Barbacovi di Tres. Numerosi atti di Giovanni Giacomo si conservano negli archivi parrocchiali di Tres e nell’archivio di Castel Thun, che contiene molte copie tratte dalle imbreviature paterne, segno che il rapporto professionale con i Thun proseguì anche dopo la morte di Ferdinando. Giovanni Giacomo sposò in prime nozze Barbara Frison di Coredo e, rimasto vedovo, Caterina de Tuoni di Tres. Morì intorno al 1627; suo figlio Giovanni Antonio continuò l’attività notarile. Non ho tuttavia reperito altri notai suoi discendenti, e non posso affermare con certezza — pur ritenendolo probabile — se Antonio Barbacovi, attivo a Taio almeno dal 1646, fosse suo figlio. Parimenti, non posso stabilire se Giovanni Antonio o il fratello Pietro siano gli antenati dei Barbacovi tuttora presenti a Tres.
Nel corso del Seicento i Barbacovi, grazie al notaio Udalrico, mantennero legami anche con Dermulo. Le due figlie di Udalrico, Maria e Anna, sposarono rispettivamente Giacomo II Inama, figlio di Silvestro II, e Giacomo Antonio I Mendini, figlio di Antonio VI. Udalrico possedeva diversi beni nel paese, alcuni dei quali furono assegnati alle figlie come dote. I terreni da lui acquistati erano appartenuti in precedenza a persone non identificate di Dermulo e successivamente passati alla mensa vescovile. Il notaio acquisì anche una parte dell’attuale casa n.13-14, che poi cedette alla figlia Anna.[5]


 

 

"nicolaus q. Raimondini" come appare nel documento redatto a Taio il 18 maggio1437. (Arch. Castel Bragher)

 

"nicolaus q. Raimondini de Armullo" come appare nel documento redatto a Taio il 15 dicmbre1439. (Arch. Castel Bragher)

 

"In villa tay in curia domy nicholay q. raimondini de Armulo habitatoris tay presentibus ipso nicholao.. ", come appare nel documento rogato a Taio il 21 agosto 1446 (Arch. Thun Decin)

 

" barbachous de tayo", come appare nell'elenco stilato dal massaro Antonio di Coredo nel 1450 (APv sezione latina Capsa 9 n. 119)

 

 

"apud nicolaum dictum barbacovum", come appare nel documento rogato a Castel Bragher il 5 gennaio 1453 (Arch.  Castel Bragher)

 

"apud nicolaum barbacovis ........apud nicolaum dictum barbacoum.....", come appare nel documento rogato a Taio il 10 maggio 1468 (Arch.  Castel Bragher)

 

"heredes q. nicolay di barbacovis.....", come appare nel documento rogato a Taio il 20 giugno 1481 (Arch.  Castel Bragher)

 

"apud heredes quondam nicolay barbacoum", come appare nel documento rogato a Castelfondo il 28 maggio 1484 (Arch.  Castel Bragher)

 

 

"Antonio quondam nicolai barbacovis", come appare nel documento rogato a Taio nel 1508 (AP Cles)

 

"In stuba domus heredum quondam ser eblii de barbachovis que domus est supra cimiterium predicte ecclie Sancti Victoris", come appare nel documento rogato a Taio il 6 marzo  1517 (Arch. Castel Thun)

 

 

"Romedius filius gulielmi de barbacovis", come appare nel documento rogato a Dermulo il 11 marzo 1537 (Arch. Castel Valer)

 

"Romedius fq guielmi barbacovi de taio habitator Her.li", come appare nel documento rogato a Rallo il 11 agosto 1553 (AStn Atti dei notai, Gottardo Gottardi Busta I)

 

"Ego ferdinandus filius S Romedii Barbacovis d Thaijo habitatoris hermulli", come appare nel documento da lui rogato a Tres nel 1561 (AP Tres)

 

"Ego jo.s Jacobus filius egregii D. Ferdinandi Barbacovi de Thaiyo", come appare nel documento da lui rogato a Tres nel 1597 (AP Tres)

 

"Ego Jo. Antonius filius q. speti D. Jo.s Jacobi Barbacovi de Thaio habitator Tresii", come appare nel documento da lui rogato a Tres nel 1617. (AP Tres)

 

"Ego Joannis Antonius fq, D.Gio. Gia. olim suprascritti D. Ferdinandi Barbacovi de Thaio habitantis Tresii... ", come appare nel documento trascritto nel 1625 il cui originale è del 1587 rogato dal notaio Ferdinando Barbacovi, nonno di Giovanni Antonio. (Arch.  Castel Bragher)

 

I VICENZI (ZATTONI)

Vincenzo, figlio di Michele detto Zaton, fu il capostipite della famiglia che da lui prese il nome di Vicenzi.[6] Già nel 1437 risulta residente a Dermulo e si ritiene che il suo arrivo nel paese sia avvenuto in seguito al matrimonio con l'ereditiera di una famiglia oggi sconosciuta. La sua abitazione si trovava nel colomello che nel Cinquecento veniva indicato come “ai Vicenzi”, situata nella parte centrale del caseggiato, in seguito numerato 17-18.

Nel corso della sua vita Vincenzo compare più volte nella documentazione: nel 1467 risulta acquirente di un terreno a Piano presso Banco; nel 1471 figura al primo posto fra i sette vicini presenti alla stesura della carta di regola. In questo documento il nome di Vincenzo fu erroneamente associato dal copista al successivo Gregorio fu Raimondini, errore che è stato possibile dimostrare. L’anno seguente, nel 1472, nel cortile della casa di Vincenzo venne stipulato un contratto di compravendita di un terreno a Campolongo tra Gregorio di Dermulo (Inama) e Valentino fu Antonio di Tres. Ancora nel 1478, sempre a Dermulo e nella dimora di Vincenzo, alla presenza dello stesso, fu ratificata una compravendita avvenuta pochi mesi prima.

Intorno al 1490, secondo gli urbari di Castel Bragher, Vincenzo deteneva in locazione dai Thun il luogo detto “alla Clesura”, per il quale pagava un canone annuo di 16 staia di frumento. Dal suo matrimonio nacquero almeno quattro figli: Antonio, Giacomo, Cristano e Baldassarre; tuttavia solo Cristano sembra aver lasciato discendenza.

Dei figli di Cristano — Vincenzo III, Nicolò e Vigilio — sono note pochissime informazioni, limitate quasi esclusivamente ai loro nomi registrati in un urbario di Castel Bragher. Non sappiamo con certezza se fossero sposati o se avessero avuto figli; i pochi indizi disponibili sembrano suggerire che non abbiano lasciato eredi. L’ultimo rappresentante della stirpe fu probabilmente Vincenzo III, morto intorno al 1570. I suoi parenti più prossimi erano i Cordini, forse in seguito al matrimonio tra Bartolomeo Cordini e una sconosciuta sorella (o forse figlia?) di Vincenzo III; fu infatti Bartolomeo a ereditare i pochi beni rimasti. Egli dovette inoltre farsi carico di un debito verso l’l'eremo di santa Giustina, che tuttavia non riuscì a saldare.

Per questo motivo, nel 1573, Ercole Inama, sindaco della chiesa di Santa Giustina, con l’assistenza dell’ufficiale Lazzaro Chilovi, pignorò alcuni locali della casa già appartenuta a Vincenzo. Uno di questi risultava confinare con gli eredi — non meglio identificati — di Nicolò, figlio del fu Cristano, il che conferma che anche Nicolò era deceduto da alcuni anni.

Non è da escludere che Maria, moglie di Cipriano Massenza, la quale nel 1617 possedeva una porzione della casa nel caseggiato dei Vicenzi, appartenesse effettivamente alla famiglia Vicenzi (forse figlia di Nicolò), anche se altri indizi la avvicinano alla famiglia Bertoldi di Segno.

Di questa antica schiatta resta oggi la memoria nel toponimo “Visenzi”, che designava un tempo una prateria — il Pra di Visenzi — situata tra strada delle Plazze e lo stradone per Sanzeno.

 

 

 

"Vicencio fillio michaelis zaton de tressio habitatore ermuli" come appare nel documento redatto a Taio il 18 maggio1437. (Arch. Castel Bragher)

 

"Vincenzo q. Michaelis zatony de tressio habitatore Armully" come appare nel documento del 30 maggio 1467. (AP Cles)

 

"In vila Armuli plebis Tay in domo habitationis Vicentiy .....Vicenzio...." come appare nel documento del 27 aprile 1478. (Archivio Castel Bragher)

 

 

I CHILOVI A DERMULO

Il cognome Chilovi, al pari di Barbacovi, Covi, Nicolodi e Calovi, ha origine dal nome proprio Nicolò. L’elevatissimo numero di persone che portavano quel nome rese infatti necessario distinguerle mediante soprannomi, che con il tempo si consolidarono nei cognomi così come oggi li conosciamo.

La più antica attestazione finora nota del nome Chilovi risale al 1427, in una pergamena in cui compare Pellegrino fu Chilovo di Preghena tra gli stimatori dei terreni pertinenti al Castello di Altaguardia. Nel 1450 il nome appare per la prima volta anche a Taio, dove un “Chilovus” figura quale confinante di un terreno. Pochi anni più tardi, nel 1458, è documentato Romedio figlio di Nicolò detto Chiloi. Ne deriva che il Chilovus del 1450 fosse in realtà lo stesso Nicolò detto Chiloi.

Si potrebbe pensare a una semplice coincidenza, ma è verosimile che Pellegrino e il Nicolò detto Chiloi fossero imparentati. Un indizio proviene da un documento redatto a Taio nel 1429, in cui appare come testimone un Pellegrino, erede del fu Nicolò Tomazoli. È dunque plausibile che Pellegrino, figlio del fu Nicolò Tomazoli detto Chiloi di Preghena, si fosse trasferito a Taio e vi avesse generato un figlio di nome Nicolò, padre del Romedio attestato nel 1458.

A Taio i Chilovi diedero origine a una famiglia molto estesa, che nel tempo produsse numerosi personaggi illustri. Molti furono i religiosi, tra i quali uno dei primi attestati è Biagio, figlio del fu Nicolò, che nel 1521 godeva del favore di Bernardino Thun. Quest’ultimo gli concesse il cosiddetto titolo della mensa, ossia una garanzia di sostentamento. Nel 1528 lo stesso Bernardino lo presentò come cappellano e beneficiato dell’altare di Santo Stefano nella cattedrale di Trento. Tra gli altri sacerdoti della famiglia si ricordano: don Valentino (arciprete a Taio nel 1680), don Gaspare (1750), don Giorgio Valentino (arciprete nel 1740), don Giacomo (1756) e don Antonio (1825). L’elenco non pretende di essere esaustivo, ma si fonda soltanto sulla documentazione disponibile.

Numerosi furono anche i notai, tra i quali Romedio Valentino e Valentino. Dal 1752 e almeno fino al 1760 il notaio Romedio Chilovi fu consigliere del vescovo e governatore del Marchesato di Castellaro.[7] Già nel 1573 un Lazzaro Chilovi rivestiva la carica di “publicus officialis curie”: lo troviamo citato in due atti, uno a Toss e l’altro a Dermulo, dove si occupò del pignoramento di beni appartenuti agli eredi Vicenzi a favore della chiesa dell’eremo di santa Giustina.

Verso la fine del Cinquecento un Giacomo Chilovi si trasferì a Dermulo, sposando Margherita, una delle due figlie di Ercole Inama. Giacomo, nato attorno al 1575, era con ogni probabilità figlio di Antonio Chilovi, benché la documentazione non ne specifichi mai chiaramente la paternità. In quel periodo sono attestati almeno due omonimi: uno certamente figlio di Gottardo Chilovi, nipote dell’omonimo Gottardo che sul finire del Quattrocento possedeva in locazione perpetua dalla mensa vescovile un terreno a Campolongo, sul tenere di Dermulo; l’altro, Giacomo figlio di Antonio, citato una sola volta nel 1604 senza indicazione della comunità di appartenenza. Il Giacomo figlio di Gottardo visse sicuramente a Taio, dove si trova citato in molteplici atti riguardanti la chiesa di Santa Maria e nelle varie registrazioni, apparenti nel registro del 1567.

A Dermulo Giacomo risiedette nella casa già del suocero Ercole e prima ancora del notaio Gaspare Inama. Nel Seicento tale abitazione era nota come “casa dei Chilovi”, divenuta poi “casa del maso Guelmi”, e infine identificata con il numero 1 con l’introduzione della numerazione civica nella prima metà dell’Ottocento. Dal matrimonio di Giacomo e Margherita è attestata la nascita di un solo figlio, Gaspare, nome probabilmente scelto in onore dell’illustre zio pievano; non è tuttavia escluso che altri figli, poi ritornati a Taio, siano rimasti fuori dalla documentazione.

Intorno al 1620 Gaspare sposò Lucia Aliprandini di Livo, dalla quale ebbe almeno tre figli maschi — Giacomo (1623), Sigismondo (1627), Ercole (1632) — e una figlia, Anna Maria, la cui nascita non compare nei registri parrocchiali. I tre fratelli morirono in tenera età, presumibilmente nel 1634 durante la peste, che sicuramente portò via anche il padre Gaspare e il nonno Giacomo. Anna Maria rimase quindi sola con la madre, che poco dopo sposò in seconde nozze Giovanni Giacomo Mendini, figlio del fu Giovanni di Dermulo. Poiché non ancora maggiorenne, Anna Maria ebbe come tutori il patrigno Giovanni Giacomo Mendini e lo zio Aliprando Aliprandini di Livo, incaricati dell’amministrazione del cospicuo patrimonio a lei spettante.

Fu probabilmente grazie all’intercessione del notaio Aliprandini che Simone Guelmi conobbe Anna Maria e la sposò nei primi anni Sessanta del Seicento. Sebbene manchi un atto esplicito che provi il matrimonio, un documento del 1662 cita Simone Guelmi di Scanna, uxorio nomine, tra i confinanti di un bosco alle Sort, venduto in quell’anno dalla famiglia Cordini di Taio a Giacomo Mendini di Dermulo. I venditori Cordini erano nipoti di Maddalena Inama, zia di Anna Maria, il che lascia intendere che il bosco fosse appartenuto in precedenza alle due sorelle Maddalena e Margherita Inama e, prima ancora, al loro padre Ercole. La presenza di Simone Guelmi “a nome della moglie” conferma dunque con certezza che quest’ultima fosse Anna Maria Chilovi.

La breve discendenza dei Chilovi di Dermulo si estinse dunque con la morte di Anna Maria, e gli stabili di famiglia nel paese vennero in seguito conosciuti come Maso Guelmi.

 

  

 

"Pelegrino q. Chilovi de Pragena" come appare nel documento rogato a Cagnò il 23 luglio 1427 (Arch. Castel Bragher)

 

"pelegrino heredes q, Nicolai tomazoli (omnibus) de taio" come appare nel documento rogato a Taio il 28 gennaio 1429 (Arch. Castel Thun)

 

 

"apud Chilous de taio" come appare nel documento rogato a Tres il 30 agosto 1433 (Arch. Castel Bragher)

 

"apud chilovum" come appare nel documento rogato a Castel Bragher il 12 novembre 1450 (Arch. Thun Decin)

 

 

 "Romedio fillio nicolai dictum chiloi" come appare nel documento rogato a Castel Bragher il 31 gennaio 1458 (Arch. Castel Bragher)

 

 

"Johane chilovi" come appare nel documento rogato il 6 giugno 1474 (Arch. Castel Bragher)

 

 

"ellegit iohaninus de chilois de fta villa tay" come appare nel documento rogato a Taio il 1 ottobre 1489 (Arch. Castel Bragher)

 

 

"apud heredes q. Romedii chilous" come appare nel documento rogato a Segno il 25 aprile 1497 (Arch. Castel Bragher)

 

 

FIGURE ISOLATE

Nei documenti d'archivio, menzionati in diverse occasioni, e nei registri parrocchiali sono emersi i nominativi di alcuni abitanti di Dermulo dei quali non è stato possibile definire una storia genealogica. Le persone in questione, che saranno elencate di seguito, non includono quelle già citati nei due documenti simili del 1218 e 1220, né quelle presenti nell'atto del 1275 e nel documento del 1346, le quali sono già state trattate nelle relative sezioni dedicate. Nell'elenco compaiono invece tutti coloro di cui sono venuto a conoscenza e che hanno risieduto, anche solo per breve tempo, in paese.

 

NOMINATIVO

NOTIZIE
PIETRO DI POLLO PASETE

Appare come originario di Coredo e abitante a Dermulo in un documento del 1355.

SICHERIO DINE

Sicherio compare come confinante di un terreno a Poz nel 1377. Hans Inama-Sternegg si domanda se “Dine” possa essere un’abbreviazione di “D’Iname”, ma l’ipotesi appare oggettivamente piuttosto forzata.

FEDERICO

Compare con la specificazione “di Dermulo” solo in un documento del 1377; potrebbe forse essere identificato con uno dei due Federico (di Feliciano o fu Morello) menzionati nel documento del 1346.

LANZONO

Lanzono appare la prima volta come confinante di un terreno alla Croce nel 1380. Nel 1461 a Dermulo esisteva un maso vescovile denominato Lanzoni, il quale veniva locato dal vescovo Hack ad un tale Giovanni falegname di Coredo. Nel 1467 invece veniva investito della riscossione della decima su detto maso, Antonio di Coredo. E' probabile che tale maso avesse preso il nome dal suo antico proprietario: Lanzono.

QUIETA

"Dona Quieta" di Dermulo compare nel 1391 come frontista di un terreno a Vin, nelle pertinenze di Taio.

ANTONIO PANGRAZZI

Antonio, originario di Campodenno, aveva sposato Anna Cordini, figlia di Pietro di Dermulo, che lasciò vedova intorno al 1558. A Dermulo, dove il Pangrazzi è attestato dal 1554, la coppia non lasciò discendenti.

GIOVANNI DESIDERATI

Giovanni Desiderati, mugnaio originario di Coredo, risiedeva a Dermulo almeno dal 1709 con la moglie Maddalena, figlia di Michele Sicher. Nello stesso anno la coppia ebbe una figlia, che però morì poco dopo. Dato che a Dermulo non c'erano mulini, è probabile che Giovanni lavorasse presso il mulino di Plouà, sul fiume Noce, in territorio di Tassullo.
Nel 1710 la coppia risulta ancora residente a Dermulo, mentre nel 1723 si trasferì a Taio, dove forse gestiva il mulino sulla Roza. Altre due registrazioni di figli nati dalla coppia ci sono pervenute (una del 1721 e l'altra del 1724), ma entrambi morirono quasi subito.

ANDREA PELLEGRINI

Originario di Sanzeno, Andrea risiedette a Dermulo con la consorte Margherita, il cui cognome rimane ignoto, ed ebbero quattro figli nell'arco temporale compreso tra il 1640 e il 1644. In tale lasso di tempo, presumibilmente esteso ad alcuni anni prima e dopo (ca. 1638-1648), era dedito alla gestione del maso Betta.

GIORGIO BONVICIN

Originario di Salter, Giorgio Bonvicin aveva sposato intorno al 1630 Caterina, figlia di Domenico Massenza, e aveva vissuto per un periodo nel maso Betta a Dermulo. Successivamente, gli sposi si trasferirono a Taio dove, nel 1660, morirono entrambi a distanza di poco tempo, sorte che toccò anche alla figlia Maria. Ebbero sicuramente almeno un altro figlio, Giovanni, le cui tracce si trovano a Taio nel 1695 e nel 1698. Inizialmente beneficiario nel testamento della zia materna Maria Massenza, Giovanni ne fu in seguito escluso tramite un codicillo. Nel 1774, un altro Giovanni Bonvicin, probabilmente figlio del primo Giovanni, risultava essere sindaco della chiesa di San Vittore di Taio.

PAOLO BEVILACQUA

Paolo Bevilacqua figlio del fu Nicolò, originario di Termenago e imparentato con i Mendini, risultava già possessore di una porzione di casa a Dermulo nel 1646, dato confermato nuovamente nel 1664. Benché la sua presenza a Dermulo come testimone in un documento del 1655 sia attestata, mancano elementi certi per stabilire una sua residenza stabile in loco.

GIUSEPPE ANTONIO TORRESANI

Il Torresani era originario della Pieve di Revò, con ogni probabilità di Rumo. A Dermulo nel 1703 è registrata la nascita del figlio Giovanni Nicola, avuto dalla consorte Barbara Caterina. Al momento non è possibile aggiungere altro con certezza sulla coppia. Resta da capire se Barbara Caterina fosse originaria di Dermulo o se i coniugi si trovassero semplicemente di passaggio al momento dell’evento.

GASPARE DI RABBI

Gaspare di cui non è nemmeno indicato il cognome morì a Dermulo nel 1761 dove svolgeva l’incarico di pastore.

NICOLO' ZOLLER Nicolò morì a Dermulo nel 1774. Altro non sono in grado di aggiungere.


GIUSEPPE POLI

Il pastore Giuseppe era figlio di Tommaso Poli di Revò e morì a Dermulo nel 1807 all’età di 15 anni, precipitando da un burrone.

ANDREA MARTINELLI

Nel 1689 Antonia moglie di Andrea Martinelli di Rumo diede alla luce a Dermulo, la figlia Domenica. Nei registri parrocchiali non appaiono altre nascite. Qualche mese prima Andrea appare anche come testimone in un documento di compravendita rogato a Taio.

ANTONINO LAZ Originario di Taio, Antonino abitava almeno dal 1612 a Dermulo, dove morì nel 1616.

LORENZO POLETTI

Secondo i registri, Lorenzo Poletti di Maiano, figlio di Giovanni, sposò nel 1632 una donna identificata come Maria (o Margherita?), figlia di [dati illeggibili], residente a Dermulo. Nel 1634 si attesta la nascita di una figlia, Dorotea. La documentazione successiva non fornisce ulteriori dettagli sulla famiglia.

GIOVANNI PIETRO RECLA

Maddalena, moglie di Giovanni Pietro Recla, compare come madrina al battesimo di Giovanni Pietro Mendini nel 1672. In quell’occasione, viene specificato che i due sposi abitavano a Dermulo. Tuttavia, non si trovano ulteriori tracce della loro presenza negli anni successivi. Potrebbe esserci stata una parentela tra le due famiglie, Recla e Mendini.

ANTONIO CESCATI

Antonio figlio di altro Antonio, era sposato con Maria Zini dalla quale ebbe una figlia nel 1814. In quell’anno si dice abitasse a Dermulo nella casa n. 2, ovvero la più tardi numerata con il 4.

STEFANO PANIZZA

Sicuramente il Panizza era manente del maso Martini e quindi abitava con la moglie Domenica Largaiolli nella casa n. 1. In paese era nato nel 1813 il loro figlio Giovanni Battista che però morì poco dopo.

TOMMASO PAOLI

Tommaso junior, figlio di Tommaso di Nanno e di Dorotea Inama (figlia di Antonio di Dermulo), sposò Teresa Tamè, figlia di Carlo di Flavon. La coppia visse a Dermulo per alcuni anni, dove, tra il 1806 e il 1822, nacquero sei figli. Dopo il 1822, la famiglia fece ritorno a Nanno.

GIUSEPPE PERNTHALLER

Giuseppe Perenthaller, bottaio, figlio di Carlo e proveniente dalla Pieve di Girlan (Alto Adige), arrivò a Dermulo in circostanze ignote. Nel 1789 sposò Anna Inama, figlia del fu Giovanni; la coppia generò almeno sei figli. In seguito, la famiglia si spostò a Taio, poiché Giuseppe riteneva questa località più idonea alla sua professione.


GIUSEPPE WIDMANN

Giuseppe Widmann, originario di Coredo, era fratello del notaio Giovanni Battista e aveva sposato Anna Caterina, figlia del nobile Carlo Conci di Taio, dove si trasferì dopo le nozze. Dall’unione nacque una sola figlia, Teresa Margherita, o almeno solo lei raggiunse l’età adulta. Nel 1734 Teresa prese in marito Cristiano Emer di Dermulo e la coppia abitò inizialmente a Taio, nella casa dei genitori di lei. Intorno al 1740 l’intera famiglia si trasferì a Dermulo, dove i Widmann avevano acquistato una porzione di quella che sarebbe poi divenuta la casa n. 23. Entrambi i coniugi Widmann morirono a Dermulo: Giuseppe nel 1745 e Anna Caterina nel 1753; furono sepolti nel cimitero del paese.

TOMMASO ROSSI

Il Rossi di Cagnò rimasto vedovo sposò nel 1817 una certa Maria di Dermulo. Non è dato a sapere di che famiglia fosse.

GIOVANNI PIRCHER

Giovanni Pircher, nato l’8 marzo 1839, era figlio illegittimo di Maria Pircher di Parcines, nei pressi di Merano. Non è noto in quale circostanza, ma già nel 1854 risulta residente a Dermulo presso Giovanni Battista Inama, nella cui casa rimase fino al matrimonio, celebrato nel 1862 con Maria Rosetti di Taio. Dal loro matrimonio nacquero sei figlie.
Nel 1876 Giovanni divenne completamente cieco a causa dell’esplosione di una mina e, non potendo più lavorare, chiese al comune un sussidio di 130 fiorini, che però non gli fu concesso. Nel 1878 il comune di Dermulo decise invece di acquistargli, per 200 fiorini, un organetto da Luigi Mendini di Taio. Con quello strumento Giovanni iniziò a girare il Tirolo e il Vorarlberg suonando ed elemosinando; per un periodo fu accompagnato anche da una delle figlie.
L’attività proseguì fino al 1908, quando, ammalatosi, dovette interromperla perché non più in grado di spostarsi. Per alcuni anni il comune di Dermulo gli assegnò un sussidio di 80 centesimi al giorno. Nel 1914, ormai anziano, fu accudito a spese del comune da Addolorata Endrizzi, moglie di Arcangelo Inama.


GIOVANNI BATTISTA PIECHENSTEIN

Nel 1746 Giovanni Battista Piechenstein compare come testimone in un atto rogato a Dermulo dal notaio Giovanni Nicolò Bergamo; nel documento egli risulta residente in paese. Quattro anni più tardi, nel 1750, il suo nome figura nell'elenco dei capi famiglia di Taio, dove viene indicato come “callegaro”, ovvero calzolaio. Nel 1789, un Giovanni Battista Piechenstein viene citato come “molinaio di Fondo abitante a Termenago”. Tuttavia, l'ampio divario temporale e la differente professione suggeriscono che si tratti, con ogni probabilità, di un caso di omonimia.

 

DOMINO MAZONO VIVIANO BENEDETTO DUCA FRISON BONACCORSO
BONACONTA INAMA PILATO SAVORITO BARBACOU ZATON CHILOU
  FIGURE ISOLATE  

[1] I ritagli dei documenti che citano dei nomi dei dermulani, ove disponibili, sono stati riportati nelle relative famiglie.

[2] Nel Gafforio del 1387, al posto del nome Innama compare in realtà Juliana. Tuttavia, la presenza poco più sotto di Simeone suo fratello conferma che si tratti di un errore di lettura commesso dall’estensore del documento durante la trascrizione da fonti precedenti. È infatti plausibile che un nome inconsueto come Innama sia stato interpretato erroneamente come Juliana. Nello stesso documento, del resto, si riscontrano altri refusi relativi ai nomi. Sfortunatamente, nell’unica altra copia esistente del Gafforio del 1387 la parte riguardante Dermulo non è conservata, e ciò impedisce qualsiasi confronto utile alla verifica.

[3] Quanto ai figli di Bonaconta, si aprono alcune considerazioni legate ai dubbi già emersi nel documento del 1346, in particolare riguardo al doppio nome Francesco Simeone, che appariva insolito già prima di conoscere la citazione del Gafforio. La bassa risoluzione della fotografia del documento non ha certo facilitato l’interpretazione. Il sospetto che “Francesco” potesse essere in realtà un’altra parola, oppure un nominativo autonomo — non collegato al successivo Simeone fu Bonaconta — può ora ritenersi confermato grazie al riscontro fornito dal documento gafforiale.

[4] Dalla bibliografia del libro si ricava che il Chini, oltre agli archivi della parrocchia di Torra, Vervò e Tres, aveva consultato pergamene anche presso Castel Bragher, per cui l'individuazione del documento è ancora più difficoltosa.

[5] Nel 1681 Udalrico, tramite una permuta con la chiesa di Santa Maria di Taio, entrò in possesso di una casa a Taio, detta “casa di Santa Maria”. A causa di un errore del pievano di Taio nella regestazione di un antico documento, tale casa sembrò erroneamente collocata nel paese di Dermulo e, considerati i beni posseduti da Udalrico, si sarebbe potuta identificare con la casa n. 13–14. Incrociando altre informazioni, tuttavia, è stato possibile smentire questa ipotesi.
È invece plausibile che la casa n. 13–14 fosse appartenuta a Vittore Massenza che, privo di discendenti diretti e di parenti prossimi, potrebbe aver lasciato l’immobile alla mensa vescovile. 

[6] I Zattoni erano originari di Toss, da dove il capostipite aveva raggiunto Tres intorno al 1394. Tale notizia è riportata in un documento del 1394, dove appare come sindaco della comunità di Tres, Federico detto Zatton, figlio del fu Vincenzo di Toss, abitante a Tres. Vedi pag 212 del libro di Marco Benedetto Chini, dove però riporta in luogo di Federico, Francesco.  Piergiorgio Comai in "Annali di Vervò" scrive, ritengo giustamente, Federico e non Francesco.

[7] Già concesso in feudo al vescovo di Trento, Castellaro, antica denominazione di Castel d’Ario, veniva subinfeudato nel 1275 ai Bonaccolsi e nel 1328 ai Gonzaga, i quali ne ottennero la conferma fino alla loro caduta nel 1707, quando il feudo tornò nuovamente al direttario. Nel 1796 Castellaro venne ceduto alla repubblica Cisalpina (Gobio Casali 1988; Ferrari 1992). Riguardo alla giurisdizione amministrativa a cui era soggetto, negli anni immediatamente seguenti alla erezione del ducato di Mantova, avvenuta nel 1530, Castellaro era sede di vicariato (Mantova 1958-1963), mentre dopo la devoluzione del feudo all’episcopato di Trento del 1707, il vescovo era rappresentato da un governatore (Gobio Casali 1988; Ferrari 1992)