LA CASA N° 16-17-18-19

 

 

     I PIANI DELLA CASA     
 

Questo caseggiato già nel Cinquecento si presentava diviso nelle quattro unità abitative (parti di casa) riscontrabili anche ai giorni nostri. La casa 19 era posseduta dagli Inama di Fondo, mentre la 17-18 e probabilmente anche la 16 erano dei Vicenzi[1], per cui tutto il colomello era detto ai Vicenzi. La futura casa 19 rimarrà ininterrottamente in mano agli Inama della linea di Fondo fino a circa il 1830 e quindi i suoi proprietari possono essere agevolmente reperiti scorrendo le informazioni genealogiche. Le altre notizie certe e verificate per la futura casa 18 le abbiamo dal 1687, quando Antonio Mendini comperava la casa, detta dei Massenzi, dalle sorelle della defunta Lucia Bertoldi, vedova di Vittore Massenza; per la futura casa 17 dal 1741, quando Gaspare figlio del fu Michele Inama la acquisiva dall'eremo di Santa Giustina, e per la futura casa 16 dal 1669, quando risultava appartenere a Concio Massenza. Negli anni successivi a quelli sopra evidenziati le situazioni sono chiare e documentate per cui è stato possibile ricostruire la striscia storica fino ai nostri giorni. Nei periodi antecedenti invece, i documenti a disposizione non sono molti e le notizie che si ricavano sono frammentarie e a volte contrastanti, per cui ci si deve affidare a molte congetture. Mi riferisco in particolare all’ambigua presenza Spaur nella casa 17-18 e all’altalenante proprietà eremitale della stessa, che a volte sembra interessare tutta la casa, altre sembra coesistere con terze persone, altre ancora, è riferita alla parte n. 17, o alla n. 18; senza scordare che da ultimo, la casa dell’eremo, poi ceduta alla neoeretta primissaria nel 1778, fu la numero 16. Non sono riuscito a trovare traccia di documenti riguardanti la casa nemmeno nell'archivio Spaur di Castel Valer, per cui si può solo intuire da alcuni indizi, in quale circostanza e, da chi pervenne ai dinasti di Castel Valer la detta casa.

 

 

Casa n.16  casa di Concio Massenza - casa di S. Giustina

(Oggi Via del Borgo n. 12) P.E. 38

Da varie evidenze ricaviamo che la futura n. 16 fu la prima delle tre porzioni di casa appartenute ai Vicenzi a cambiare di mano.[2] Questo era già avvenuto intorno al 1580 ad opera della famiglia Massenza occupante la vicina casa n. 15. In particolare ritengo che l'autore della prima acquisizione sia stato Gaspare Massenza, ma forse anche il padre Simone. Ad altro Simone, nipote di quello appena citato e figlio del fu Gaspare, è da attribuire la successiva alienazione della casa a favore del cugino Matteo Pret. Di questa proprietà se ne può riscontrare la traccia in un documento del 1573 dove in un atto di pignoramento di alcuni avvolti nella casa del fu Vincenzo, appare come confinante Matteo Pret. Quest'ultimo che risiedeva nella casa n. 7-8, aveva dei possessi nella casa numero 16 per un lascito testamentario del cugino Simone fu Gaspare Massenza. Non abbiamo la prova invece che nella casa avesse abitato Francesco Massenza, fratello di Gaspare o qualcuno dei suoi figli, ma credo comunque, che ciò possa essere verosimilmente accaduto. I discendenti di Francesco intorno al 1590 sicuramente non occupavano la casa, in quanto risiedevano come masadori nella casa del maso Betta. Concio Massenza senior, invece possedeva la presente casa che aveva acquisito in parte da Matteo Pret e in parte dai suoi parenti. Nel 1617 come vedremo più avanti, nella casa abitava Cipriano con la moglie Maria la quale era venuta in possesso anche della futura casa n. 17 (forse anche della n. 18, quindi l'intera casa che fu dei Vicenzi) che in quell'anno dovette cedere all'eremo di Santa Giustina. La casa 16 era divisa dalla 17-18 tramite una viottola che poi sarebbe divenuta porticato (Porteget). Anche i discendenti di Concio sono documentati come assenti da Dermulo per lunghi periodi poiché tenutari di masi siti altrove, (a Casez nel 1633, a Taio dai Panizza nel 1646 e precedentemente a Castel Bragher, a Dermulo dai Betta nel 1650, ancora a Taio dai Fuganti nel 1677) per cui è molto probabile che la casa, non più abitata, avesse raggiunto lo stato di degrado descritto dall'eremita Egidio Gilli nel 1669. Nel documento redatto in quell’anno, il Gilli esortava Concio Massenza a riparare la casa che minacciava di crollare addosso a quella eremitale. La casa aveva in proprietà un cortile posto a mezzogiorno e un broilo localizzato invece a est della casa n. 15. Nel 1681 tale broilo fu prestato in garanzia da Concio Massenza come assicurazione in una compravendita con i fratelli Mendini. Concio morì nel 1686 senza lasciare discendenti per cui la casa pervenne ai suoi sconosciuti eredi, ma che potremmo forse riconoscere nei coniugi Tonini di Mezzolombardo, intestatari di altri beni che furono del Massenza, i quali probabilmente la alienarono a Tommaso Massenza. Nel 1695 quest'ultimo infatti, che risiedeva nella vicina casa n. 15, risultava possedere anche la casa n. 16 e in quell'anno la prestava come garanzia in una compravendita con Antonio Mendini. Nel documento si specificava "la stalla e la canipa incorporate nella casa di Concio Massenza". Qualche anno dopo, probabilmente per non essere stato in grado di onorare i suoi impegni con il Mendini, Tommaso perse la proprietà della casa, la quale pervenne all'eremo di Santa Giustina. Da confini dell'adiacente casa 17 sembrerebbe che i proprietari della casa 16, nell'intervallo temporale fra Tommaso Massenza e l'eremita, fossero tali eredi Clebelsberger. Con Bartolomeo Sandri, eletto eremita nel 1699, se ne ebbe il primo effettivo utilizzo da parte dell'eremo. Il Sandri si premurò di apportare migliorie anche con l'acquisto nel 1705 di un orto (posto nel broilo a est della casa 15) e di una viottola nei pressi della casa. Dagli atti visitali del 1742 risultava che la casa era molto malandata e bisognosa di una completa ristrutturazione dal tetto alle fondamenta. La casa fu proprietà dell’eremo fino al 1778, anno in cui con la fondazione della primissaria di Dermulo, sarà destinata ad abitazione del primissario.[3] Per restaurare la casa che si trovava ancora in precarie condizioni, la comunità di Dermulo contrasse un debito di 100 Ragnesi che fu in parte pagato con le rendite della chiesa dei SS. Filippo e Giacomo. All’inizio dell’800 un locale della casa fu destinato a sede comunale, mentre al piano terra per tutto il secolo, funzionerà il forno per la produzione e la vendita del pane. Nel 1843 per una disposizione governativa divenne obbligatoria l'assicurazione degli edifici pubblici contro il rischio d'incendio. In quest'occasione disponiamo della descrizione della casa: "piccola casa di abitazione del curato nella villa di Dermullo, Distretto di Cles, Circolo di Trento nel luogo detto “alla Canonica” confinata con beni fondiari della canonica, colle strade, eredi di Antonio Inama e sorelle Massenza. Composta al piano terreno di due avvolti ed al primo piano abitabile, saletto stuffa con fornello e cucina a volto piano, anditi, e sotto tetto in rustico misti di muro e legno senza mastice. I muri perimetrali di due facciate arrivano fino vicino al tetto e dalle altre parti alla meta circa- Scale una di muro e altra di legno- Tetto di legno- Viene valutata ed assicurata per austriache lire cinquecento".
Nel 1835 il muratore Vittore Tamè eseguì alcune opere di manutenzione, e cinque anni dopo l’aggiunto Lochmann effettuò alcuni rilievi per lavori da eseguire nella casa adibita a canonica primissariale. Bisognerà aspettare il 1845 per vedere l'inizio dei lavori che prevedevano una radicale ristrutturazione interna dei locali al primo e al secondo piano. A fine ‘800 le nuove disposizioni in materia di istruzione dei ragazzi, imporranno al Comune di ricavare al secondo piano, un’aula per l’insegnamento e un locale per l’alloggio della maestra. Nel 1928 il Comune di Dermulo che in precedenza era divenuto proprietario della casa n. 21, permuterà quest’ultima con la casa n. 16.[4] La casa infine sarà acquistata da Daniele fu Giovanni Inama detto Fogia e in seguito sarà numerata con il 15, essendo scomparsa la vecchia casa che portava questo numero.

 

Casa n.17-18 casa dei Vicenzi o ai Cristani, o dei Massenzi

(Oggi Via del Borgo n. 14) P.E. 39

Questa casa, divisa nelle due porzioni più tardi contraddistinte dai numeri 17-18, fu l'abitazione di Vincenzo detto Zaton di Tres, che troviamo abitare a Dermulo già nel 1437. I discendenti di Vincenzo, che dal capostipite furono appellati "Vicenzi", abitarono la casa per più di un secolo, fino alla loro presunta estinzione o migrazione. Gli ultimi tre rappresentanti di detta famiglia, furono i fratelli Vincenzo, Nicolò e Vigilio, dei quali si hanno scarsissime notizie. Intorno alla metà del Cinquecento, Nicolò e Vigilio erano già passati a miglior vita, invece Vincenzo sopravvisse ai fratelli e divenne l'unico proprietario della casa. Costui aveva designato suo erede Bartolomeo Cordini, con il quale era sicuramente imparentato, infatti il Cordini aveva promesso nel 1551, di pagare gli interessi su un debito di 13 Ragnesi che Vincenzo aveva con la chiesa del romitorio di Santa Giustina. Nel 1573 però, il debito era cresciuto a 25 Ragnesi e gli amministratori della chiesa dell'eremo procedettero al pignoramento di due avvolti localizzati nella casa del fu Vincenzo. I due locali pignorati furono il primo embrione della futura casa eremitale. Vincenzo durante la sua vita aveva pure stipulato con Ferdinando Morenberg di Sarnonico un censo passivo assicurato sulla casa, i cui interessi venivano poi pagati annualmente dai fratelli Pietro e Bertoldo Cordini (figli di Bartolomeo?) eredi di Vincenzo. Nel 1616 il Morenberg, forse per la sua amicizia con l'allora eremita  Giovanni Giacomo Etterarther, decise di beneficiare l'eremo di Santa Giustina, del capitale di 10 marche di moneta di Merano, dovutogli dagli eredi di Vincenzo[5]. Nel 1617, la casa medesima, risultava nelle disponibilità di Maria moglie di Cipriano Massenza, la quale non riuscendo a pagare il debito, consegnava all'eremo la sua casa "diruta e senza tetto nel luogo detto la casa di Vicenzi". E' significativo che la proprietà fosse stata di Maria e non del marito Cipriano perchè ciò ci autorizza a concludere che la donna fosse una figlia di uno dei fratelli Cordini, più esattamente di Bertoldo. Risulta chiaro che Maria e Cipriano non abitassero nella casa "diruta" ma in un'altra più agibile, vale a dire la futura n. 16. Dal 1617 fino  a poco dopo la metà del Seicento, la casa che fu dei Vicenzi, appartenne all’eremitaggio di Santa Giustina. Tale situazione è confermata anche dall’evidenza confinaria esposta nel già citato documento del 1669. Ancora una volta però, a distanza di qualche anno ci sarà un cambio di proprietà del caseggiato a favore della famiglia Klebelsberger. La notizia appare come flebile traccia, nella citazione di un confinante di una parte di casa nel 1693, segnatamente: "eredi Clebespergeri ossia Contessa Leopoldina Spaur".[6] L’eremo per qualche motivo a noi sconosciuto fu costretto a rivendere, o forse cedere, o permutare la casa con la “misteriosa” famiglia Klebelsberger. Mi pare di poter affermare che la proprietà Klebelsberger avesse abbracciato tutta la futura casa 17-18, anche se noi, per mezzo di questa citazione confinaria, ne abbiamo avuto la contezza solamente per la n. 17. La futura parte n. 18 quindi dagli Spaur passava a Vittore Massenza, o meglio a sua moglie Lucia e poi dopo la morte di quest'ultima, in eredità alle sue sorelle Antonia e Giacoma. La descrizione incompleta dei locali, in quanto il documento si presentava rovinato e di difficile lettura è la seguente: ipocausto a revolto, metà somasso, stradugari e tetto, salva la servitù della via e porta e stalla. La parte di casa nel citato documento è denominata "ai Massenzi" e questo ci autorizza a pensare che in precedenza, la casa fosse stata proprietà di tale famiglia. E' plausibile quindi che questa parte di casa, fosse appartenuta al padre di Vittore, Leonardo o forse addirittura al nonno Simone II. Ma è altrettanto possibile, invece, che si fosse trattato di residui di casa appartenuta a Domenico Massenza, la cui figlia Maria fu accudita, nei suoi ultimi anni di vita, da Maria Sicher vedova di Giacomo Massenza. Poi Maria figlia di Domenico, nel suo testamento del 1664, beneficiò dei suoi beni stabili Vittore Massenza e Maria Sicher, suoi parenti più vicini. Non conosciamo nel dettaglio i beni ereditati da Vittore e Maria, sicuramente non erano numerosi e di alto valore, ma poteva esserci benissimo una parte di casa n.17-18. 
Come si diceva sopra, le sorelle di Lucia vedova di Vittore Massenza che avevano ereditato la casa, nel 1687 la vendettero per 80 Ragnesi ad Antonio Mendini. Il Mendini poi nel 1693 cedeva tale casa a Michele fu Giovanni Battista Inama per la somma di 110 Ragnesi. In questa occasione la casa si dice
 formata da stufa, cucina a revolto, metà somasso, metà stradugari, il cortile intero, revolto sotto il ponte. La descrizione ci fa capire, come prevedibile, che all'epoca la parte abitativa della casa, era sviluppata su un piano e solo più tardi la casa verrà alzata per aumentarne le unità abitative. Nel 1701 Michele assicurava su questa casa la dote della consorte Margherita Endrizzi. Alla morte di Michele la casa pervenne ai due figli Giacomo e Gaspare e in seguito quest'ultimo, acquistò la parte di Giacomo essendosi lui trasferito nella casa alla Crosara.
Invece la futura casa n. 17 dai
Klebelsberger passerà agli Spaur che la possederanno fino agli anni Quaranta del Settecento, quando il conte Francesco Spaur, la lascerà all'eremo di Santa Giustina come legato. Nel 1741 l’eremita Giacomo Fuganti vendeva a Gaspare fu Michele Inama questa parte di casa ubicata a nord rispetto a quella già posseduta dal compratore, quindi in futuro numerata con il 17, ad esclusione l'orto posto a nord della casa che rimase ancora di proprietà eremitale. La parte di casa però non rimase a lungo nelle mani di Gaspare perchè probabilmente fu oggetto di assicurazione di un prestito avuto dalla chiesa di Dermulo, prestito che Gaspare non fu in grado di rimborsare. Ciò dobbiamo intuire, se nel 1766 Gaspare Inama ricomprava la stessa parte di casa dalla chiesa di Dermulo. Che si tratti della medesima casa oggetto di compravendita nel 1741 è comprovato oltre che dall'enunciazione dei confini anche dalla descrizione dei locali, a basso una staletta, un revoltello fatto a soffitta, in alto due stanze, parte di somasso e coperto, praticamente identica nei due documenti.  La casa inoltre, descritta fin dal Seicento in precarie condizioni strutturali, in questa occasione si disse addirittura che in parte era per cadere. I locali a distanza di anni si possono ancora riconoscere nel primo piano della mappa catastale del 1899. Quindi a partire dal 1766 le due porzioni della futura casa 17-18 avranno unico possessore, Gaspare Inama, e così rimarranno fino al 1779. In quell'anno infatti alla morte di Gaspare i figli Giovanni Domenico e Silvestro dividono la casa paterna, per cui toccherà al primo la parte a nord, ossia la futura n. 17, al secondo quella a sud, ossia la n. 18. E così infatti è rispecchiata la situazione nel catasto teresiano del 1780. Della divisione avvenuta nel 1779, abbiamo solo la menzione in un altro documento del 1780, in cui si precisano alcune cose "dimenticate" nella prima spartizione. Nello scritto si dice che per l’andito e coperto sopra la stua della moglie di Silvestro, e l’andito e coperto sopra il ponte, non considerati nella divisione, Silvestro doveva sborsare a Giovanni 9 Ragnesi. Giovanni inoltre doveva rinunciare a riscuotere da Silvestro 4 Ragnesi, che  gli doveva per rifare il ponte. Si dice ancora che il forno nella cucina di Silvestro, doveva rimanere in comune e siccome si era intenzionati a dividere il somasso con un muro, bisognava lasciare un uscio per recarsi a detto forno; si stabilisce ancora che Giovanni doveva cedere a Silvestro un avvolto sopra la sua cucina, perché così poteva farsi l’uscio sulla sua proprietà. Per cui Silvestro permutava con Giovanni, un revolto sopra la stradella, al di sopra del quale possedeva un locale lo stesso Giovanni. Infine si decise che oltre a tramezzare il somasso con un muro o con delle assi, si doveva fare altrettanto anche con le stradughe.
Nel 1813 moriva Silvestro lasciando eredi della casa i tre figli maschi Antonio, Gaspare e Luigi. Gaspare che all'epoca era assente e di ignota dimora non fece più ritorno a Dermulo; Luigi invece morì sedicenne nel 1815, per cui Antonio divenne l'unico proprietario della casa paterna. Della casa e di quanto contenuto in essa nel 1813, ci è giunto un dettagliato inventario. I locali che costituivano la detta parte di casa erano: una camera al primo piano, una cucina, una camera sopra detta cucina, una stufa, una camera sopra la stufa, una cantina, una stalla, il fienile, le stradughe. Poco prima di questo periodo quindi la casa era stata oggetto di un innalzamento e si erano ricavati almeno due locali (due camere) che appartenevano a Silvestro. Non si può escludere, anzi è probabile, che nel medesimo periodo esistessero già altri due locali nelle disponibilità del fratello Giovanni Michele. Come invece potrebbe darsi che i due locali di Silvestro fossero stati "stramezzati" dagli eredi ricavandone così quattro locali complessivi.
Nel 1840 passava a miglior vita Antonio Inama, seguito ad un anno di distanza da sua moglie Caterina. Da questo matrimonio non erano nati figli per cui la casa fu ereditata dal cugino Giovanni Domenico
. Quest'ultimo nel 1801 aveva ereditato la parte di casa dal padre Giovanni Michele, per cui ancora una volta le case 17-18 venivano riunite sotto un unico proprietario. Alla morte di Giovanni Domenico avvenuta nel 1843, la sostanza paterna venne divisa fra i tre figli Giovanni, Giacomo e Luigi. Riguardo alla casa, quella che fu di Antonio venne assegnata a Giovanni, quella avita di Giovanni Domenico a Giacomo. Luigi fu in quel momento escluso dalle divisioni della casa e gli furono assegnati solamente alcuni terreni. Giacomo sposato da appena due anni morirà lasciando nella vedovanza la moglie Matilde Tamè e nessun discendente; la stessa sorte toccò a Luigi che morirà nel 1848. La casa 17-18 passerà quindi al completo in mano di Giovanni. Nel 1847 in occasione dell'incendio che colpì le vicine case n.
20 21 e 22, nonchè la chiesa, stranamente, a differenza di altre persone che abitavano nei paraggi, Giovanni non appariva fra gli interrogati a Cles presso il Giudizio Distrettuale. Questa circostanza ci fa capire che in quell'anno Giovanni, benchè proprietario, non abitava nella sua casa n. 17-18, per cui era impegnato come masadore molto probabilmente al Maso Widmann.  Dopo la morte di Giovanni, avvenuta nel 1894, la casa venne assegnata per volere testamentario ai due figli Ernesto e Daniele. Nel 1904 Daniele risulta essere possessore della casa n. 18, e quindi possiamo dedurre che a Ernesto fosse toccata la n. 17. La situazione dopo la morte di Giovanni è molto ben rispecchiata nella rappresentazione catastale della casa databile al 1899. Dalla mappa si evince  che la vecchia circostanza che voleva la casa divisa in parte nord, numerata con il 17 e in parte sud numerata con il 18, non era più chiaramente in essere, perchè ad eccezione del piano terra, la divisione tra i numeri 17 e 18 era intesa per piano. Nel 1914 alla morte di Ernesto, che già  dal 1907 comunque alloggiava nella casa del maso Widmann n. 25, la casa paterna passò in eredità ai tre figli Abramo, Pio e Giuseppe. Quest'ultimo proseguirà per qualche anno con l'affittanza al maso Widmann ma diverrà l'unico proprietario della casa paterna. Dopo la morte di Daniele nel 1926 la sua parte di casa diverrà proprietà dei quattro figli: Vittorio, Mario, Augusto e Fiorentino. Nel 1939 le parti di Augusto e Vittorio furono acquisite da fratelli Eccher (don Lorenzo, Riccardo e Paolo). Dai fratelli Eccher per compravendita le due parti arrivarono a Mario e Fiorentino e per finire nel 1965 ad Ernesto figlio di Giuseppe che quindi diventerà l'unico proprietario della casa. La casa è a tutt'oggi posseduta dagli eredi di Ernesto Inama. Dopo gli anni Venti del Novecento, il numero civico 18 venne abbandonato e rimarrà solo il 17. 

 

 

 Casa n. 19 casa del maso Inama di Fondo
(Oggi Via del Borgo n. 16) P.E. 40

IL MASO

La casa n. 19 costituisce la porzione più a ovest del caseggiato ed è formata, come si evince dalla mappa catastale, da due blocchi quasi speculari. Infatti alla parte sud, plausibilmente la prima ad essere costruita, fu addossata in un secondo tempo un'altra costruzione verso settentrione. Nella casa troviamo insediato Cristoforo Inama di Fondo almeno dal 1534, anno in cui appare in qualità di frontista in un terreno a Poz.[7] Agli Inama la casa era verosimilmente arrivata per mezzo di un acquisto precedente da una persona che a tutt'oggi ci rimane sconosciuta, sulla quale però possiamo fare delle ipotesi, in primo luogo escludendo chi non ne avesse avuto titolo, quale i dinasti di Castel Bragher, quelli di Castel Valer, l'episcopio di Trento e Leonardo Inama. I Thun di Castel Bragher in particolare, erano sicuramente ben relazionati con la famiglia Inama, e questo già a partire dal 1434, quando Inama fu Nicolò di Dermulo fu infeudato della decima su un terreno alle Braide. Tale concessione dopo la seconda metà del Cinquecento passò al ramo Inama di Fondo, ma nell'investitura non si è mai fatta menzione di una casa, per cui l'origine Thun va scartata. Anche gli Spaur di Castel Valer avevano possessi in paese ma erano da riconoscersi con i beni livellati ai Mendini. E' pur vero che gli Spaur possedevano una parte di casa confinante proprio con quella che fu poi degli Inama di Fondo, ma tale acquisizione risale solamente al XVII secolo, e quindi pure tale evenienza non va considerata. Se facessimo un parallelismo con l'insediamento in alcuni masi vescovili nel paese di Fondo, ai quali gli Inama, ivi da poco trasferiti, (o trasferiti per tale scopo?) accedettero, potremmo pensare che anche il maso di Dermulo avesse avuto un'origine episcopale. Ma considerato che a Dermulo i possessi del vescovo erano ben noti e documentati, e fra questi, l'unico maso con relativa abitazione era quello denominato Dusati, possiamo ragionevolmente escludere anche tale eventualità. Dalle confinazioni di un terreno a Lamport appartenuto al Gafforio, del quale abbiamo una serie di informazioni ricorrenti a partire dal 1510 è stato possibile accertare che alcuni beni che poi si ritrovavano fra quelli appartenenti al maso Inama di Fondo, erano nelle disponibilità di Leonardo Inama. Alla luce di questo si potrebbe pensare che Leonardo fosse stato il possessore del maso e quindi della casa, ma sapendo che suo figlio Giovanni, detto del Nard, ne fu invece affittuario, oltre che referente di fiducia della famiglia Inama di Fondo, è logico pensare che il padre avesse preceduto il figlio in tale mansione. Finalmente posso formulare due ipotesi che credo le più verosimili, ovvero che l'acquisizione da parte degli Inama di questo maso fosse avvenuta nella stessa epoca in cui Vincenzo Zattoni di Tres si era trasferito a Dermulo, vale a dire intorno al 1430. E' probabile che il caseggiato e i terreni fossero appartenuti ad una famiglia possidente ma prossima all'estinzione, per cui il Zattoni e l'Inama (qui inteso come il padre dei cinque fratelli Antonio, Gaspare, Gregorio, Giovanni e Giacomo) si divisero le proprietà. Poi alla morte di Inama, il maso e la casa sarebbero pervenuti al primogenito Antonio, capostipite della linea Inama di Fondo. In alternativa all'appena citata ipotesi, gli Inama potrebbero aver acquistato il maso da un ramo della famiglia Vicenzi, ed in questo caso, il periodo di compravendita andrebbe spostato all'ultimo ventennio del Quattrocento e vedrebbe attore, per la parte acquistante, Pietro Inama figlio di Antonio. Quest'ultima affermazione si scontra con il silenzio documentale del ben fornito archivio Inama di Fondo che per il periodo considerato contempla altri svariati atti. Concludendo, a tutt'oggi l'acquisizione avvenuta nei primi anni del Quattrocento è la congettura più plausibile.
Come affermato più sopra il primo personaggio documentato come possessore della casa è Cristoforo Inama figlio di Pietro nell'anno 1534.
La medesima persona deteneva la proprietà nel 1554 quando in un'adunanza della Regola a Dermulo tenutasi il 7 luglio, fu rappresentato dal suo manente Giovanni del Nard. Molto probabilmente con Leonardo e fino alla morte del figlio Giovanni, la famiglia, pur possedendo una porzione della futura casa n. 2-3, abitò nella casa del maso n.19. Nel 1573 Giovanni come perito, intervenne anche nella pignoramento dei beni del fu Vicenzo in favore della chiesa dell'eremo di Santa Giustina e nello stesso documento, appare come testimone Floriano Inama. Durante il Seicento, diverse nascite registrate nei libri parrocchiali, ci forniscono la prova che la casa fu anche abitata dai proprietari. In sequenza cronologica dal 1600 fino al 1830 i proprietari furono: Floriano Inama II, Bartolomeo Inama II, Alberto Inama, Floriano Inama IV, Giovanni Vigilio Inama. Dal ‘700 vi troviamo vari manènti quali Pietro Antonio Mendini dopo il 1710, Gaspare Inama nel 1767, e Francesco Mendini dal 1768 ad almeno il 1779.

Romedio Mendini figlio di Bortolo, sembra abitare la casa n. 19 nei primi anni dell’800. L’ultimo manènte fu Romedio Emer che probabilmente andò ad alloggiare nella casa, dopo il suo matrimonio celebrato nel 1817. Infatti Romedio non è mai citato come confinante nella casa paterna n. 11. Nel 1849 Carlotta vedova di Vigilio Inama di Fondo, anche a nome della cognata Chiara, vedova di Floriano Inama, vendeva il maso a Dermulo per 4200 Fiorini a Romedio Emer. Oltre alla casa la sostanza consisteva in otto terreni nel circondario di Dermulo. L'importo doveva essere pagato entro 10 anni e per garanzia, oltre che sui beni comprati, fu posta ipoteca su altri terreni proprietà di Romedio e sulla casa n. 24. Romedio moriva nel 1853 e la casa sarà occupata dai suoi figli Giovanni e Pietro, mentre Romedio, altro figlio, dopo il matrimonio andrà ad alloggiare nella vecchia casa Emer n. 24. Già da almeno il 1853, ma ufficializzata solo nel 1865, Giovanni e Pietro Emer possedevano nella casa una bèttola che dopo la loro morte sarà gestita dalle rispettive vedove e in seguito da Germano, figlio maggiore di Giovanni. L'osteria rimarrà aperta fino agli inizi del ‘900.
Dopo la morte di Giovanni nel 1877, la parte di casa posta a sud viene ereditata dai suoi figli Germano, Geremia e Basilio. Basilio nel 1881 emigrava in Brasile assieme allo zio Romedio, dove moriva nel 1901. Nel 1904 Geremia Inama procuratore degli eredi di Basilio, vendeva a Geremia e Germano Emer un sesto della casa n. 19.
Nel 1878 moriva anche Pietro e la porzione di casa a nord, passava ai figli Alessandro, Celeste, Giuseppe e Arcangelo con obbligo di assegnare alla loro madre Caterina, il godimento della stufa, il diritto di cucinare e di dover conferirle annualmente 2 passi di legna, 2 orne di vino, 12 staia di granoturco, 4 staia di frumento e 12 Fiorini in denaro. Oggi la parte nord della casa appartiene ai discendenti di Giuseppe, mentre la parte sud a quelli di Geremia. La casa poteva considerarsi divisa in porzione sud e porzione nord solamente per quanto concerne il primo e il secondo piano, mentre per il piano terra, probabilmente per questioni divisorie relativamente recenti, i locali era stati assegnati diversamente.

 

  

 

PERSONE EFFETTIVAMENTE PRESENTI NELLA CASA*

Anno 1554

Anno 1620

Anno 1670

Anno 1710

Anno 1780

Anno 1830

Anno 1880

Anno 1921

Vigilio Massenza

Cipriano Massenza

 Concio Massenza

Eremita Bartolomeo Sandri

Don Giuseppe Manincor

casa 16

casa 16

casa 17

N.N. (m)

Maria Bertoldi (m)

Ursula Bronzin (m)

 

 

nessuno

Orsola Bergamo

Daniele Inama

  Margherita Massenza (f)

Maria Massenza (f)

 

Gio. Michele Inama

 

 

Carolina Bertagnolli (m)

Francesco Massenza

Concio Massenza (f)

Antonia Massenza (f)

Michele Inama

Elisabetta Depero (m)

casa 17

casa 17-18

Carlotta Inama (f)

N.N. (m)

 

Margherita Endrizzi (m)

Pietro Inama (f)

Gio.Domenico Inama

Giovanni Inama

Vittorio Inama (f)

Francesco Massenza (f)

Leonardo Massenza

 

Maddalena Inama (f)

Gaspare Inama (f)

Domenica Barbacovi (m)

Anna Selva (m)

Mario Inama (f)

Domenico Massenza (f)

Antonia N. (m)

Vittore Massenza

Maria Inama (f)

Giovanni Inama (f)

Giovanni Inama (f)

Ernesto Inama (f)

Augusto Inama (f)

Simone Massenza (f)

Giacomo Massenza (f)

Lucia Bertoldi (m)

Gaspare Inama (f)

Gio.Batta Inama (f)

Giacomo Inama (f)

Daniele Inama (f)

Fiorentino Inama (f)

  Simone Massenza (f)

 

 Giacomo Inama (f)

Domenica Salà (M)

Luigi Inama (f)

Emilia Inama (f)

 

Gaspare Massenza

   

 

 

 

 

casa 19

N.N. (m)

Floriano Inama

 

 

Silvestro Inama

casa 18

casa 19

Giuseppe Emer

Simone Massenza (f)

Anna Pilati (m)  

 

Felicita Barbacovi (m)

Antonio Inama

Barbara Pinamonti (v)

Rosa Moratti (m)

  Lucrezia Inama (f)  

 

Gaspare Inama (f)

Caterina Giordani (m)

Germano Emer (f)

Maria Emer (f)

Giovanni Massenza

   

 

Antonio Inama (f)

 

Irene Emer (f)

Tullia Emer (f)

N.N. (m)

   

 

 

casa 19

Fedele Emer (f)

Ester Emer (f)

     

 

Romedio Mendini

Romedio Emer

Basilio Emer (f)

Fiorina Emer (f)

Bartolomeo Cordini?

 

 

Margherita Brida (m)

Margherita Parolini (m)

Geremia Emer (f)

Giuseppina Emer (f)

     

 

Teresa Mendini (f)

Giovanni Emer (f)

Maria Emer (f)

Marino Emer (f)

Giovanni Inama

   

 

Marianna Mendini (f)

Anna Emer (f)

Rosa Emer (f)

Arcangelo Emer (fr)

   

 

 

 

Pietro Emer (f)

 

 

   

 

 

 

Maria Emer (f)

Caterina Pinamonti (v)

Teresa Zadra (v)

   

 

 

 

 

Alessandro Emer (f)

Adolfo Emer (f)

   

 

 

 

 

Affani Emer (f)

Adelina Emer (f)

   

 

 

 

 

Celesta Emer (f)

Severina Emer (f)

   

 

 

 

 

Celeste Emer (f)

Alma Emer (f)

   

 

 

 

 

Giuseppe Emer (f)

Adelio Emer (f)

   

 

 

 

 

Arcangelo Emer (f)

Alice Emer (f)

   

 

 

 

 

 

Guerrino Emer (f)

   

 

 

 

 

 

Luigi Emer (f)

   

 

 

 

 

 

Paolo Emer (f)

   

 

 

 

 

 

Placido Emer (f) (a)

   

 

 

 

 

 

 

   

 

 

 

 

 

Alessandro Emer

   

 

 

 

 

 

Maria Decampi (m)

   

 

 

 

 

 

Natalia Emer (f)

   

 

 

 

 

 

Livio Emer (f)

   

 

 

 

 

 

Guido Emer (f)

   

 

 

 

 

 

Brunone Emer (f)

   

 

 

 

 

 

Elma Emer (f)

   

 

 

 

 

 

Amelia Emer (f)

   

 

 

 

 

 

Egidio Emer (f) (a)

   

 

 

 

 

 

Clemente Emer (f) (a)

   

 

 

 

 

 

Carmela Emer (f) (a)

   

 

 

 

 

 

 

* Per gli anni 1554, 1620 e 1670 le persone non sono quelle effettivamente presenti, ma solo quelle di cui si è avuta contezza. Il nominativo sottolineato corrisponde al capofamiglia. Le seguenti abbreviazioni indicano i rapporti di parentela con il nome sottolineato: m sta per moglie, f. per figlio/a, fr per fratello, S per sorella, v per vedovo/a, p per padre, M per madre, s per suocero/a, n per nipote, z per zio, N per nuora e c per cognato/a. Per il 1780, i nomi dei proprietari provengono dal Catasto teresiano  presso l’A.S.T. Per il 1921 si è preso in considerazione il censimento di tale anno presso l’A.C.D.  Inoltre, e solo per questo anno, sono state evidenziate le persone assenti con la lettera a. Per gli anni rimanenti i nomi dei capifamiglia e/o il numero degli occupanti la casa, sono stati desunti da vari documenti consultati presso A.C.D., A.P.T. e A.D.T.

 

[1]  Questa famiglia discende da Vincenzo fu Michele Zattoni di Tres, abitante a Dermulo almeno dal 1437.

[2] In verità non si può escludere che la casa fosse stata da sempre in mano ai Massenza e che quindi la proprietà  Vicenzi fosse da circoscrivere solamente alla casa 17-18.

[3] Il S.r Premissario pro tempore debba avere una congrua abitazione e spese della Comunità, al qual fine viene destinata la casetta posta in detto Dermulo che in addietro serviva per abitazione dell’Eremita di S: Giustina insieme all’orto soggetto ad una perpetua annuale Messa. E siccome questa casetta di presente ritrovasi in cattivo stato, così sarà obbligo della Comunità entro il termine di tre anni prossimi di ripararla, riducendola a buon, ed abitabile stato.

[4] La delibera per tale permuta era stata fatta trent’anni prima, ma per  motivi diversi non aveva avuto seguito.

[5] Gli eredi di Vincenzo secondo quanto palesato dal regesto dei documenti presenti nella sacristia della chiesa di Dermulo furono i fratelli Pietro e Bertoldo Cordini.  Qui ci scontriamo con un primo problema in quanto non risulta che i due fratelli Cordini, che nel documento sono detti di Dermulo, fossero ancora viventi a quella data. Non trattandosi di un’errata datazione del documento, perchè il notaio rogatario era effettivamente vissuto in quel periodo, rimane solo una possibilità, ovvero una travisata lettura del fatto da parte del regestatore; penso in particolare che forse Bertoldo e Pietro non fossero citati come attori in quel preciso momento, ma ci si riferiva a tempi antecedenti.

[6]  In verità la citata asserzione "ossia" in latino "sive" traducibile anche con "o, oppure, o piuttosto" potrebbe anche far pensare che i due confinanti fossero presenti entrambi,  e non uno in alternativa dell'altro e quindi concludere che gli eredi Clebespergeri avessero posseduto la casa n. 16. Ma chi erano i Klebelsberger? Non era sicuramente la famiglia d’origine della contessa Leopoldina perchè da quanto accertato portava il cognome von Triembach. Non ho trovato nessuna famiglia con un cognome simile che fosse imparentata con gli Spaur. Invece come si evince dall'inventario di Cristoforo Riccardo Thun di Castelfondo, un tale Johann Rudolph von Klebelsberg risiedeva al castello di Castelfondo, da dove mandava due missive tra il 1664 e il 1667. Non sono in grado di dire se questo personaggio fosse in relazione con i citati eredi. Da una ricerca nella rete è emerso che i Klebelsberg erano conti di Thumburg.

[7] I beni appartenuti alla famiglia Inama di Fondo, sono rimasti sostanzialmente gli stessi fin dall'acquisizione del maso, per cui dalla citazione di Cristoforo, proprietario del prato a Poz, possiamo ragionevolmente affermare che allo stesso appartenessero anche tutti gli altri beni formanti il maso e quindi anche la casa.

 

 

 

 

 

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